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I MIRAGGI DELLA STABILITA’. MA LA COLPA E’ ANCHE NOSTRA…

Il governo Meloni si appresta a tagliare un traguardo che, nella perenne precarietà della Repubblica Italiana, sa quasi di miracolo: la longevità. Oltre millequattrocento giorni a Palazzo Chigi, dritti verso il record assoluto, senza essere disarcionati. L’onestà intellettuale impone di fare alla premier i complimenti per la resistenza sportiva. Ma, in politica, la durata non è mai sinonimo automatico di grandezza, né tantomeno di capacità riformatrice. Nel nostro passato, esecutivi molto più brevi — si pensi al quarto governo Fanfani — hanno rivoluzionato, nazionalizzato e modernizzato l’Italia. Oggi, al contrario, assistiamo alla celebrazione del “tirare a campare”. Che, per dirla con la saggezza della Prima Repubblica, sarà anche meglio del tirare le cuoia, ma non è certo governare.

•⁠ ⁠Stiamo meglio o peggio rispetto a 5 anni fa?
La vera domanda, spogliata dalla retorica dei palchi, dalle feste di partito e dalle narrazioni di Palazzo, è spietata nella sua semplicità: l’italiano medio, oggi, sta meglio o peggio?
I numeri dell’Istat non fanno sconti alla propaganda e certificano un inequivocabile peggioramento. Il costo del carrello della spesa è schizzato in alto del 29%, a fronte di un’inflazione che viaggia al 21%. Cosa significa, tradotto nella vita reale? Significa che la fine del mese è diventata un miraggio per troppi. Significa che una parte crescente della popolazione, soprattutto quella più giovane, sta ricorrendo a un nuovo, drammatico espediente per sopravvivere: l’acquisto a rate. Non si rateizza più il lusso, si rateizza la quotidianità. Questa è l’eredità economica che si cela dietro le celebrazioni per il record di permanenza al potere. Nessuna riforma strutturale, nessun balzo in avanti, solo un lento galleggiare mentre il Paese reale arranca.

•⁠ ⁠Per colpa di chi?
Se le riforme sono ferme al palo e il portafogli piange, di chi è la responsabilità? Fino a ieri, la Presidente del Consiglio ha giocato allo scaricabarile con un’abilità degna di miglior causa. La colpa, a reti unificate, era sempre e solo di chi l’aveva preceduta: la colpa era di Draghi, di Conte, di Gentiloni, di Renzi, di Monti. Andando a ritroso, la premier è arrivata a incolpare persino Cavour, Giolitti e Quintino Sella pur di non fare i conti con la realtà.
Ma il tempo degli alibi è scaduto. Il giochino si è rotto. Da oggi, i risultati negativi portano la sua firma.

Eppure, c’è un complice silenzioso in questa paralisi. Meloni non siede a Palazzo Chigi perché ha conquistato il cuore della maggioranza assoluta degli italiani. Ha preso il 25,9% dei voti. Esattamente la stessa, identica percentuale che prese Pier Luigi Bersani, il quale però con quel 25,9% non riuscì a governare nemmeno un giorno. Se oggi Giorgia Meloni è lì da quattro anni, è solo ed esclusivamente grazie alle divisioni della sinistra, frammentata in tre parti proprio come la Gallia nelle versioni di latino di Giulio Cesare. Finché l’opposizione continuerà a farsi la guerra e a suicidarsi politicamente, lei non avrà alcun bisogno di governare bene: le basterà godersi lo spettacolo.

Infine, la colpa è anche nostra. Del sistema-Italia. Di un Paese irrimediabilmente provinciale, che si guarda l’ombelico e si accapiglia per mesi sulle trasmissioni televisive, su Sigfrido Ranucci e Report, ignorando le vere bombe che ci esplodono intorno. Mentre il mondo corre — l’America vota, Elon Musk quota le missioni su Marte, la scienza sperimenta vaccini contro i tumori polmonari e la finanza combatte guerre ibride per l’accaparramento delle terre rare — l’Italia si perde nelle miserie del cortile mediatico. Di fronte a questa drammatica cecità, forse l’estinzione ce la stiamo davvero cercando.

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Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”

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