La città ha appena assistito a un lungo cammino che ha portato le reliquie di Sant’Agata dal Rotolo fino alla Cattedrale, in occasione del nono centenario del loro ritorno dall’Oriente. Una ricorrenza che avrebbe dovuto essere memoria, raccoglimento, identità. E invece si è trasformata in altro: un cranio umano portato in processione, esposto, sollevato, mostrato, baciato, inserito dentro un busto vuoto e ricoperto da una corona. Un oggetto sacro trasformato in simbolo di presenza, ma anche in spettacolo. Un percorso che non si è fermato a Catania: quel cranio ha attraversato strade, quartieri, comunità, è arrivato fino ad Aci Castello, coinvolgendo non solo i catanesi ma anche i castellesi in una rappresentazione che ha oltrepassato la soglia del raccoglimento. Non serve essere credenti per percepire la frattura etica. Serve solo avere rispetto per i morti. E per la dignità.
La tradizione della traslazione delle reliquie nasce in un mondo che non esiste più, un mondo in cui il corpo del martire era considerato un ponte con il divino. Oggi la spiritualità è più interiore, la morte è più silenziosa, la pietà è più discreta. Continuare a riproporre gesti medievali in una società moderna significa ignorare la trasformazione morale della comunità. La fede non ha bisogno di prove anatomiche, e la devozione non si misura nella quantità di resti esposti. La tradizione, quando calpesta la dignità, non è più sacra: è solo abuso.
Il punto più inquietante non è la folla, non è la città, non è chi si è trovato coinvolto. Il punto è la regia. Perché questo rito non nasce dal basso: nasce dall’alto. È la Chiesa a decidere tempi, gesti, esposizioni, percorsi. È la Chiesa a scegliere di portare un cranio umano in giro per chilometri, da Catania fino ad Aci Castello, trasformando una reliquia in un simbolo itinerante che attraversa strade, comunità, paesi. È la Chiesa a stabilire che quel cranio debba essere mostrato, sollevato, offerto, manipolato. E proprio dalla Chiesa non ci si aspetta una spettacolarizzazione che somiglia a un miscuglio di ritualità macabra, suggestioni da culto oscuro e frammenti di idolatria antica. Una miscela che non ha nulla a che vedere con la pietà, con la spiritualità, con la cura dei morti.
Il rito, così come viene messo in scena, non comunica fede. Comunica spettacolo. L’esposizione del cranio, il passaggio di mano, il bacio imposto al Sindaco di Catania come gesto di devozione, l’inserimento dentro una sagoma vuota: tutto questo non è sacro, è una rappresentazione. Una coreografia del macabro. Una ripetizione simbolica della violenza subita dalla martire, non per fede ma per tradizione. E quando la tradizione diventa esibizione, la comunità perde il senso del limite.
Il punto non è religioso. È etico. Il rispetto per i resti umani è universale. Ogni cultura riconosce che il corpo di chi non c’è più merita cura, silenzio, protezione. Esporre un cranio, farlo baciare, manipolarlo come un oggetto da cerimonia è un gesto che supera la soglia del simbolico e scivola nella violazione. Non è necessario essere “sensibili” per percepirlo. È sufficiente non essere indifferenti.
Ed è proprio qui che il racconto del Sindaco Enrico Trantino diventa rivelatore. Lui descrive il peso del ruolo, la responsabilità di rappresentare una comunità intera, l’emozione di trovarsi davanti a un simbolo identitario. Ma quell’emozione non cancella il problema: lo evidenzia. Perché se un uomo delle Istituzioni si ritrova con un cranio umano davanti, portato da un Arcivescovo che glielo porge e sente di doverlo baciare non per scelta ma per rappresentanza, significa che il rito non è più un atto di fede. È una pressione simbolica. Una scena non programmata che costringe chi la vive a compiere un gesto che non appartiene alla sensibilità contemporanea. Un momento in cui l’imbarazzo non è personale: è strutturale.
Il sindaco non è il bersaglio. È la prova. La prova che questo rito mette in difficoltà anche chi lo compie. La prova che la devozione, quando diventa spettacolo, costringe le persone a superare limiti che non dovrebbero essere superati. La prova che la fede non ha bisogno di contatti anatomici per essere autentica. La responsabilità, dunque, non è dell’uomo. È della struttura. Della ritualità che pretende gesti che la sensibilità contemporanea non riconosce più come rispettosi. Della regia che trasforma un momento spirituale in una scena che genera disagio invece che raccoglimento.
Sant’Agata è morta per difendere la propria integrità. Oggi quella integrità viene violata di nuovo, non con il ferro ma con la spettacolarizzazione. La santità non si misura nel numero di reliquie esposte, ma nella capacità di rispettare ciò che resta umano anche dopo la morte. E se un rito mette in difficoltà persino chi lo compie, forse è il rito a essere sbagliato, non chi lo osserva.
La città che celebra il centenario dovrebbe chiedersi se la devozione può essere rinnovata senza ripetere gesti che appartengono a un’altra epoca. Perché la fede non è un museo. E la dignità non è negoziabile.
Se vogliamo davvero onorare Agata, dobbiamo iniziare da qui: dal rispetto, non dal rito. Dal silenzio, non dalla scena. Dalla pietà, non dalla spettacolarizzazione.

Angioletta MASSIMINO
Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, giuridici, giornalistici, sociologici e musicali.
Ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI. Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE, La Giustizia, PensaLibero.it, Quotidiano dei Contribuenti.
Vive e lavora in Sicilia.


