La crisi non nasce a Madrid, né a Berlino. Nasce a Roma, nel momento esatto in cui il governo decide di strappare Schengen con la Spagna. Un gesto plateale, improvvisato, privo di strategia, che ha trasformato un trattato europeo in un’arma elettorale.
Da quella scelta parte tutto: la reazione furiosa di Sánchez, il gelo diplomatico, la perdita di credibilità, l’effetto domino che oggi sta travolgendo l’Italia. Quando un Paese fondatore dell’Unione rompe un pilastro come quello della libera circolazione, manda un messaggio devastante: non siamo più affidabili. Madrid lo ha capito subito. Bruxelles lo ha capito subito. Berlino lo ha capito subito. L’unica a non capirlo è stata Roma, convinta che bastasse alzare la voce per trasformare un atto di forza in un atto di leadership.
Non funziona così. Non in Europa. Non nel 2026.La risposta spagnola è stata chirurgica: congelare collaborazioni, irrigidire i canali politici, rimandare ogni decisione alla Commissione. Non è vendetta: è difesa. È la reazione di un Paese che non accetta di essere trattato come un bersaglio utile per una campagna interna.
E mentre Madrid chiude la porta, Berlino apre i registri: tutti i richiedenti asilo transitati dall’Italia tornano indietro. Non è ostilità: è applicazione dei trattati. Se rompi la cooperazione, gli altri non ti proteggono più. Il risultato è un’Italia schiacciata tra due fronti, senza una strategia, senza una rete, senza una direzione. La linea muscolare scelta dal governo si è trasformata in un boomerang: invece di rafforzare la posizione nazionale, l’ha indebolita. Invece di ottenere rispetto, ha ottenuto diffidenza. Invece di guidare l’Europa, l’ha costretta a difendersi dall’Italia.
Un Paese fondatore non può permettersi di sembrare un laboratorio di improvvisazione. La gestione della crisi con Madrid, alla luce di tutto questo, è diventata un simbolo: l’Italia che reagisce d’istinto, che confonde la diplomazia con la propaganda, che trasforma un trattato europeo in un manifesto elettorale. E quando la percezione diventa quella di una leadership che si muove per paura, per calcolo, per inseguire fantasmi interni, la reputazione nazionale diventa un bersaglio facile.
Il punto che nessuno vuole ammettere è che l’Italia non è più al centro del gioco europeo. Non detta l’agenda. Non orienta le scelte. Non guida le alleanze. Subisce. E quando un Paese fondatore smette di essere protagonista, gli altri riempiono il vuoto: la Spagna con l’accoglienza, la Germania con la rigidità, il Nord con la freddezza. L’Europa non aspetta chi si presenta diviso, nervoso, indebolito.Il quadro è devastante: l’Italia appare isolata, vulnerabile, priva di una direzione. Non per colpa dell’Europa, ma per scelte politiche che hanno trasformato la diplomazia in un campo di battaglia e la reputazione del Paese in un oggetto fragile. Sánchez agisce. Merz applica le regole. Gli altri osservano. Roma rincorre gli eventi invece di guidarli.La domanda non è cosa farà Bruxelles. La domanda è se l’Italia ha ancora la forza di comportarsi come una nazione che pretende rispetto perché lo merita, non perché lo urla.

Angioletta MASSIMINO
Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, giuridici, giornalistici, sociologici e musicali.
Ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI. Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE, La Giustizia, PensaLibero.it, Quotidiano dei Contribuenti.
Vive e lavora in Sicilia.


