Smettiamola di trasformare ogni tragedia in un derby. I primi risultati dell’autopsia sul corpo di Fakir – che parlano di sangue nei polmoni e schiacciamento, mentre la difesa degli agenti respinge ogni accusa – hanno già innescato il solito, insopportabile riflesso condizionato del nostro Paese: la divisione in curve da stadio.
Da una parte i difensori a oltranza dell’uniforme, quelli per cui chi porta una stella al petto non può mai sbagliare; dall’altra i paladini pronti a canonizzare lo straniero a prescindere, vedendo razzismo e abuso in ogni singolo intervento.
Il punto di questa drammatica vicenda non è, e non deve essere, posizionarsi “con” o “contro” le forze dell’ordine. Così come non si tratta di un referendum pro o contro gli immigrati. Il vero nemico, in una società civile che voglia definirsi tale, è il giudizio a priori. È quella pigrizia intellettuale, rabbiosa e da tastiera, che ci spinge a emettere sentenze prima ancora di conoscere l’esatta dinamica dei fatti.
Diciamolo con grande chiarezza, sgombrando il campo dai tabù: far parte delle forze dell’ordine è un compito gravoso, nobile e fondamentale per la tenuta democratica, ma la divisa non consegna una patente di infallibilità. Indossarla non significa automaticamente essere nel giusto, né garantisce che si operi sempre e solo per il bene. Gli agenti sono esseri umani e, in quanto tali, possono commettere errori, cedere alla tensione o, nella peggiore delle ipotesi, macchiarsi di abusi ingiustificabili. Se un uomo è morto per uno schiacciamento innaturale durante un fermo, la magistratura deve indagare senza guardare in faccia a nessuno. Le responsabilità penali sono individuali, non di corpo.
Allo stesso modo, e viceversa, la condizione di straniero non trasforma automaticamente nessuno in un martire o in un santo, così come non lo rende un criminale per definizione. La fedina penale, il comportamento in strada e il rispetto delle regole non dipendono dal passaporto che si ha in tasca.
La legge e la verità non si misurano con l’appartenenza a una categoria. Finché continueremo a tifare per un “lato” sulla base dei nostri pregiudizi politici o ideologici, non faremo un torto solo a noi stessi, ma soprattutto alla vittima. Ci sono referti medici, ci sono testimonianze, ci sono perizie che dovranno chiarire se quell’arresto si è trasformato in un uso sproporzionato e letale della forza. Aspettiamo le carte, lasciamo lavorare i magistrati. E per una volta, proviamo ad avere il coraggio di attendere i fatti prima di sputare sentenze.

FRANCESCO RIZZO
Francesco Rizzo (1995) è docente di Filosofia, Storia, Materie Letterarie e Lingue Classiche. Laureato con lode in Scienze Filosofiche e Storiche all'Università di Palermo e in Letteratura, Lingua e Cultura Italiana, si è formato professionalmente e ha collaborato con la Redazione dell'Officina di Studi Medievali di Palermo. Attivissimo promotore culturale nel territorio agrigentino e non solo, è Presidente di "Hosàytos - Editore, Biblioteca, Centro Culturale", realtà con la quale ha ideato e condotto quasi trecento eventi tra rassegne letterarie, mostre d'arte, presentazioni e progetti di rigenerazione urbana. È inoltre Direttore Editoriale della testata "Sorsi e morsi d'arte" e membro del comitato scientifico dello storico Circolo dei Nobili di Agrigento, con deleghe alla Filosofia, al Mondo Classico e alla Geopolitica. Studioso poliedrico, collabora con diverse università, istituzioni culturali (tra cui il Parco Archeologico della Valle dei Templi, Casa Pirandello e la Biblioteca Lucchesiana) e riviste scientifiche di settore, come VRBS e Studi sull'Oriente Cristiano. È autore di numerose pubblicazioni, indagini storiche e saggi filosofici, tra cui spiccano la monumentale indagine in quattro volumi "Summa Sicana" e il saggio del 2026 "Francesco Magno. Un pontificato sine glossa", opera consegnata personalmente all'autore in udienza dal Pontefice Leone XIV


