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MA IL PAESE REALE E’ MIGLIORE DELLA SUA RAPPRESENTAZIONE POLITICA

Da qualche anno assistiamo a un progressivo impoverimento del confronto pubblico. Non è un’impressione legata alla nostalgia né il consueto lamento di chi ritiene che una volta fosse tutto migliore. È un dato che emerge ogni giorno, ogni volta che il dibattito politico si accende su un fatto di cronaca, una sentenza, un episodio di violenza o una questione sociale. Prima ancora di ascoltare le dichiarazioni dei protagonisti, sappiamo già quale sarà la posizione di ciascuno. Non perché abbiano ragione o torto, ma perché nessuno sembra più disposto a lasciarsi guidare dalla complessità dei fatti.

La politica ha progressivamente rinunciato alla fatica del pensiero. Ha sostituito l’analisi con il riflesso condizionato, il ragionamento con l’appartenenza, la ricerca di soluzioni con la ricerca del consenso immediato. Così ogni avvenimento diventa il pretesto per confermare ciò che ciascun campo sosteneva già il giorno prima.

È un meccanismo devastante, perché trasmette ai cittadini un messaggio implicito: la realtà non conta più. Conta soltanto decidere da quale parte stare.

Così accade che davanti a un episodio che coinvolge le forze dell’ordine il Paese si divida automaticamente in due tifoserie. Da una parte chi considera ogni agente una vittima designata e qualunque critica un attacco allo Stato. Dall’altra chi trasforma ogni intervento di polizia nella prova definitiva dell’esistenza di un sistema repressivo e violento.

Eppure uno Stato liberale dovrebbe riuscire ad affermare contemporaneamente due principi semplicissimi. Se un appartenente alle forze dell’ordine commette un abuso, proprio perché indossa una divisa la sua responsabilità è ancora maggiore. Allo stesso tempo migliaia di uomini e donne svolgono ogni giorno un lavoro difficile, spesso ingrato, esponendosi a rischi che la maggior parte di noi preferisce non vedere.

Lo stesso accade quando si affronta il tema della sicurezza. Esiste un disagio reale in molte città italiane. Ci sono quartieri nei quali il degrado cresce, attività commerciali bersagliate da furti e rapine e famiglie che evitano di uscire la sera. Liquidare tutto questo come una costruzione mediatica significa voltare le spalle a cittadini che chiedono semplicemente di vivere senza paura.

Ma altrettanto sbagliato è alimentare l’idea che la sicurezza coincida con l’esasperazione delle paure o con la ricerca di un capro espiatorio. La criminalità non ha un colore della pelle. Ha responsabilità individuali, contesti sociali, organizzazioni criminali e fallimenti educativi e istituzionali.

L’immigrazione rappresenta una sfida enorme per ogni democrazia europea. Negarlo significa rifiutare la realtà. Ma altrettanto grave è utilizzare quella sfida per alimentare un conflitto permanente fra italiani e stranieri. L’accoglienza richiede umanità. L’integrazione richiede regole, scuola, lavoro, cultura, controlli e investimenti.

Esiste un diritto costituzionale al dissenso che merita di essere difeso con forza. Ma esiste anche il dovere di distinguere chi manifesta pacificamente da chi considera la violenza una forma legittima di partecipazione politica.

La politica sembra avere smesso di riconoscere che la realtà è quasi sempre composta da elementi diversi che convivono nello stesso momento. Preferisce dividere ogni questione in due metà perfettamente contrapposte.

I social network hanno certamente accelerato questo processo, ma attribuire ogni responsabilità agli algoritmi sarebbe una comoda assoluzione per una classe dirigente che troppo spesso ha scelto di adattarsi invece di guidare.

L’Italia possiede energie straordinarie, competenze diffuse, amministratori seri, volontari, imprenditori, insegnanti, medici, ricercatori e lavoratori che ogni giorno affrontano problemi reali senza chiedere in quale schieramento politico ricadano le persone che hanno davanti.

Il Paese reale è molto migliore della sua rappresentazione politica. È da lì che bisognerebbe ripartire: meno identità urlate e più responsabilità condivise, meno propaganda costruita contro qualcuno e più idee costruite per qualcuno, meno tifoserie e più istituzioni. Perché una democrazia non si misura dalla violenza delle contrapposizioni, ma dalla capacità di ritrovare fiducia e costruire un terreno comune.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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