Renato Schifani ha impiegato quarantacinque pagine e più di un’ora per spiegare ai siciliani che il problema non è ciò che accade sotto il suo governo. Il problema, a quanto pare, sarebbe chi si ostina a guardare.
Davanti all’Assemblea regionale ha parlato di rigore, trasparenza, affidabilità istituzionale, conti solidi, investimenti e opere pubbliche. Soltanto alla fine ha affrontato quella che, con un eufemismo ormai consunto, viene chiamata “questione morale”. Non poteva evitarla. Ma ha scelto di non rispondervi: ha recitato l’articolo 27 della Costituzione e ha presentato il garantismo come se fosse una licenza politica a non decidere.
La presunzione di innocenza è un principio intangibile. Nessun arrestato, indagato o imputato può essere considerato colpevole prima di una condanna definitiva. Su questo non esiste discussione. Ma Schifani utilizza una verità giuridica per eludere una domanda politica completamente diversa. L’articolo 27 impedisce le condanne anticipate; non obbliga un presidente della Regione a sospendere per anni ogni valutazione sull’opportunità di mantenere incarichi fiduciari. Non vieta di chiedersi come sia stata selezionata la classe dirigente della maggioranza. Non trasforma arresti, rinvii a giudizio e processi in eventi politicamente irrilevanti. La responsabilità penale è personale e viene accertata dai magistrati. La responsabilità politica appartiene invece a chi sceglie gli assessori, governa la coalizione, distribuisce deleghe e rivendica la paternità dell’azione amministrativa.
Il contesto nel quale Schifani ha pronunciato la sua lezione di diritto costituzionale non è astratto. Il 16 luglio 2026, cinque giorni prima del discorso all’Ars, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto è stato posto agli arresti domiciliari dal giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta. L’inchiesta riguarda, secondo l’accusa, un presunto sistema di condizionamento nella gestione del Cefpas, con incarichi, consulenze e affidamenti, oltre a una procedura di gara. Gallo Afflitto ha respinto le contestazioni ed è innocente fino a eventuale sentenza definitiva. Ma la misura cautelare esiste e riguarda un deputato del partito del presidente della Regione.
Il 18 febbraio 2026 un altro deputato regionale di Forza Italia, Michele Mancuso, era stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta sulle presunte irregolarità nell’assegnazione di fondi pubblici destinati agli spettacoli in provincia di Caltanissetta. Anche Mancuso deve essere considerato innocente fino a condanna definitiva. Anche in questo caso, però, non si tratta di una voce, di una polemica costruita dall’opposizione o di un titolo ostile: si tratta di un provvedimento giudiziario eseguito nei confronti di un esponente della stessa maggioranza che sostiene Schifani.
L’assessora regionale al Turismo Elvira Amata, difesa dal presidente senza essere nominata, è stata rinviata a giudizio per corruzione il 21 aprile 2026. Il processo è stato fissato per il 7 settembre. Amata respinge l’accusa e ha diritto a essere considerata innocente. Resta tuttavia un dato politico che Schifani tenta di cancellare dietro la formula costituzionale: una componente della sua Giunta è imputata per un reato contro la pubblica amministrazione e continua a esercitare una funzione fondata sul rapporto fiduciario con il presidente.
Il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, esponente di Fratelli d’Italia e massima carica del Parlamento siciliano, è sotto processo a Palermo. Le contestazioni riportate negli atti e nelle cronache giudiziarie comprendono, a seconda dei capi, corruzione, peculato, truffa e falso. Galvagno ha scelto il giudizio immediato, rinunciando all’udienza preliminare. L’Ars e la Regione hanno chiesto di costituirsi parte civile nel procedimento. Anche Galvagno è innocente fino alla sentenza definitiva. Ma il fatto che le stesse istituzioni regionali abbiano ritenuto necessario tutelarsi nel processo rende grottesca la pretesa di ridurre tutto a una campagna mediatica.
Il garantismo, dunque, non è il problema. Il problema è l’uso selettivo e strumentale che ne fa Schifani. Il presidente pretende di incassare personalmente ogni indicatore favorevole e di dichiararsi estraneo a qualunque vicenda riguardi gli uomini della coalizione. Se un dato economico migliora, è merito del governo. Se un esponente della maggioranza viene arrestato o rinviato a giudizio, la responsabilità diventa improvvisamente soltanto individuale, la maggioranza scompare e il governo non ha più nulla da spiegare. È un meccanismo elementare: centralizzazione dei meriti, privatizzazione delle responsabilità.
Schifani ha ricordato che nella storia repubblicana molti esponenti politici sono stati assolti o hanno ottenuto l’archiviazione. È vero, ed è giusto ricordarlo. Ma è una mezza verità scelta con cura. Nella storia repubblicana ci sono state anche condanne definitive, sistemi corruttivi accertati, amministrazioni sciolte e carriere politiche costruite sull’abuso del potere. Selezionare soltanto le assoluzioni significa usare la memoria come materiale da autodifesa. Soprattutto, significa continuare a rispondere a una domanda che nessuno ha posto. Nessuno chiede a Schifani di pronunciare sentenze. Gli si chiede di compiere valutazioni politiche. Gli si chiede quale soglia debba essere superata perché un presidente riconosca un problema nella propria maggioranza. Due deputati di Forza Italia ai domiciliari in pochi mesi, un’assessora rinviata a giudizio e il presidente dell’Ars sotto processo non costituiscono una condanna collettiva. Costituiscono però una cronologia. E una cronologia tanto affollata ha inevitabilmente un significato politico.
Il discorso diventa ancora più artificioso quando Schifani passa dalla legalità ai conti regionali. Il presidente descrive una Sicilia con finanze “ancora più solide”, maggiore affidabilità e più forte capacità di attrarre investimenti. Alcuni miglioramenti finanziari ed economici sono reali e non vanno negati. La Banca d’Italia ha rilevato segnali favorevoli nel credito e negli investimenti, ma ha precisato che la crescita dei prestiti ha riguardato soprattutto le imprese di maggiore dimensione, è risultata più intensa nei servizi ed è trainata dai massicci investimenti pubblici, nazionali ed europei, che vanno a concludersi. Non è il racconto di un miracolo economico uniforme. È il quadro di una ripresa parziale, diseguale e ancora fragile, che il presidente trasforma in una medaglia personale eliminando dal fotogramma tutte le ombre.
Soprattutto, conti più ordinati non equivalgono automaticamente a servizi migliori. Il bilancio non è il fine del governo regionale, ma lo strumento con il quale garantire sanità, trasporti, infrastrutture, assistenza e sviluppo. La solidità finanziaria rivendicata da Schifani deve quindi essere misurata nella vita quotidiana. Il cittadino non la verifica leggendo il rendiconto: la verifica quando cerca una visita specialistica, quando attende un’autorizzazione, quando percorre una strada dissestata, quando tenta di spostarsi in treno tra le principali città dell’isola, quando scopre che un’opera annunciata da anni è ancora incompleta.
La sanità è il punto nel quale l’autoritratto del presidente perde più rapidamente consistenza. È il settore che assorbe la quota maggiore del bilancio regionale e il principale banco di prova di qualsiasi governo siciliano. Eppure la relazione celebrativa non offre una rendicontazione analitica, azienda per azienda e prestazione per prestazione, dei tempi effettivi delle liste d’attesa; non quantifica con chiarezza quante prestazioni siano state garantite entro le classi di priorità; non mette al centro la mobilità sanitaria passiva, le carenze di personale, le strutture territoriali del PNRR effettivamente aperte e funzionanti. Il governo preferisce annunciare piani e stanziamenti. Il cittadino, invece, misura il sistema nel momento in cui prova a prenotare una visita e riceve una data incompatibile con il bisogno clinico.
È significativo che nel 2026 Agenas abbia strutturato il monitoraggio nazionale attraverso la Piattaforma delle liste d’attesa proprio per rendere confrontabili tempi e prestazioni tra le regioni. È la dimostrazione istituzionale che comunicati, delibere e somme stanziate non bastano. Servono dati omogenei, verificabili e aggiornati. Se Schifani vuole sostenere di avere ricostruito l’efficienza del sistema sanitario siciliano, pubblichi quei dati integralmente. Non percentuali aggregate scelte dagli uffici stampa, ma i tempi reali per ogni azienda e per ogni prestazione, le agende chiuse, le rinunce alle cure, i recuperi effettivamente realizzati e la spesa sostenuta per acquistare prestazioni dal privato. Finché questo quadro non viene reso leggibile, l’enfasi sui servizi ai cittadini resta una formula senza controllo.
Ancora più spericolata è la frase sulla programmazione delle risorse europee e nazionali “finalmente orientata alla realizzazione delle opere”. Nel PNRR la differenza tra finanziamento, pagamento, rendicontazione, avanzamento fisico e completamento non è un tecnicismo: è la differenza tra un’opera annunciata e un’opera consegnata. I dati pubblici disponibili negli ultimi rapporti hanno mostrato una distanza rilevante tra le risorse assegnate alla Sicilia, i pagamenti effettuati e le somme effettivamente rendicontate. Inoltre, i progetti localizzati nell’isola hanno soggetti attuatori diversi: ministeri, Comuni, enti nazionali, aziende sanitarie, università e Regione. Attribuire al governo Schifani l’intero valore dei finanziamenti territorializzati in Sicilia è tecnicamente scorretto. Quando il progetto procede, Palazzo d’Orléans se ne attribuisce il merito; quando accumula ritardi, ricorda opportunamente che il soggetto attuatore è un altro.
La stessa trasparenza dei dati resta un problema. OpenPNRR indica che le informazioni pubbliche di dettaglio sui singoli progetti sono aggiornate al 26 febbraio 2026. A luglio, mentre il presidente proclama la capacità realizzativa della Regione, manca ancora un quadro pubblico unico, completo e facilmente verificabile che dica ai siciliani quali opere siano concluse, quali siano in collaudo, quali presentino ritardi, quanto sia stato pagato e quanto sia stato rendicontato. Un governo realmente trasparente non dovrebbe limitarsi a proclamare il successo: dovrebbe pubblicare un cruscotto analitico, aggiornato e scaricabile, con stato fisico, finanziario e procedurale di ogni intervento. L’assenza di quel quadro non prova da sola il fallimento del Piano, ma smentisce clamorosamente la pretesa di una trasparenza ormai compiuta.
Nel suo discorso Schifani parla anche di fiducia restituita alla Sicilia. È una delle frasi più comode dell’intera relazione, perché non contiene alcun parametro verificabile. La fiducia non si misura con il numero degli aggettivi inseriti in quarantacinque pagine. La misurano i giovani che decidono se restare, le famiglie che riescono a curarsi senza partire, le imprese che ottengono un’autorizzazione in tempi ragionevoli, i Comuni che riescono a trasformare un finanziamento in un servizio, i lavoratori che trovano occupazione stabile e qualificata. Il presidente ha invece confuso la fiducia dei siciliani con la soddisfazione che prova nel descrivere se stesso.
Il risultato è una relazione che assomiglia meno a un atto di rendicontazione e più a una cerimonia di autoassoluzione. Schifani si proclama risanatore quando i numeri migliorano, garante quando le inchieste si avvicinano, estraneo quando coinvolgono la maggioranza, realizzatore quando i fondi arrivano e semplice osservatore quando i cantieri rallentano. È una costruzione retorica perfetta perché non ammette mai responsabilità: ogni successo ha un padre, ogni fallimento diventa orfano.
Nel discorso di Schifani le omissioni sono il vero testo: la differenza tra responsabilità penale e politica; la sequenza delle vicende giudiziarie nella maggioranza; i tempi reali della sanità; la distanza tra fondi assegnati e opere concluse; l’assenza di una rendicontazione pubblica aggiornata e analitica.
Schifani può continuare a recitare l’articolo 27, ricordare tutte le assoluzioni della storia repubblicana e aggiungere altre pagine alla propria autobiografia di governo. Resta però un fatto elementare: chi rivendica il merito di tutto ciò che accade in Sicilia non può proclamarsi estraneo a tutto ciò che accade nella maggioranza che governa la Sicilia. La responsabilità penale sarà stabilita dai tribunali. Quella politica è già davanti agli occhi di tutti. Ed è precisamente quella che Renato Schifani, dietro la foglia di fico del garantismo, continua a non voler vedere.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


