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UNIVERSITA’, HANNO TOCCATO IL FONDO. MA CONTINUANO A SCAVARE

Ogni sistema di regolamentazione delle carriere universitarie, in Italia, è riuscito storicamente nell’impresa di far rimpiangere quello precedente. Il vecchio concorso nazionale fu travolto dalle sue opacità. L’abilitazione scientifica nazionale nacque per correggerle e finì per produrre burocrazia, contenzioso, automatismi bibliometrici, disparità tra settori, commissioni talvolta discutibili e tempi incompatibili con la vita reale dei candidati. Si poteva dunque intervenire. Anzi, si doveva. Ma intervenire su un sistema malato non significa togliere il termometro e dichiarare guarito il paziente.

Il nuovo meccanismo approvato non corregge davvero l’ASN: la svuota. Sostituisce un filtro nazionale preventivo, certamente imperfetto, con requisiti minimi autocertificati e poi verificati dentro procedure locali. Il punto è tutto qui: non si passa da una cattiva garanzia nazionale a una garanzia migliore; si passa da una cattiva garanzia nazionale a una discrezionalità locale molto più ampia. E, nell’università italiana, la discrezionalità locale non è esattamente una specie protetta da celebrare con fiducia ingenua.

Non è un incidente tecnico. È una scelta politica, e ne portano la responsabilità la ministra Bernini e il suo staff, che in materia universitaria non si sono finora distinti per qualità, lungimiranza o capacità di leggere davvero i problemi degli atenei. Qui, più che riformare, hanno scambiato la semplificazione con l’abbandono di un presidio pubblico. Il risultato è un sistema apparentemente più agile, ma sostanzialmente più esposto agli equilibri locali, alle convenienze interne e alle piccole sovranità dipartimentali.

Il risultato sarà un sistema apparentemente più semplice e probabilmente più maneggevole per chi lo governa dall’interno. Ma più semplice non significa più giusto. La soglia nazionale rischia di diventare una formalità amministrativa, una specie di lasciapassare preliminare, mentre la decisione reale si sposta nei dipartimenti, nei bandi, nei profili costruiti su misura, nelle commissioni e nelle proposte di chiamata. La riforma dichiara di combattere il localismo, ma gli consegna strumenti più raffinati. Non il vecchio localismo grossolano, facilmente riconoscibile; un localismo regolamentato, procedurale, vestito bene, con cravatta ministeriale e lessico della semplificazione.

Il bando potrà continuare a definire profili, settori, ambiti tematici, esigenze didattiche o clinico-assistenziali molto specifiche. Tutto formalmente legittimo. Tutto potenzialmente ragionevole. Tutto perfettamente utilizzabile, però, per disegnare il posto intorno al candidato già atteso. La commissione potrà anche essere in parte sorteggiata, ma il sorteggio non cancella il potere del profilo, non neutralizza il dipartimento, non impedisce che la partita sia stata in larga misura impostata prima del fischio d’inizio. È il vecchio problema italiano: si cambia l’arbitro, ma il campo resta truccabile.

Le conseguenze sulle carriere dei docenti saranno pesanti. I candidati non saranno più sottoposti a un filtro nazionale omogeneo, per quanto discutibile, ma a una pluralità di pratiche locali, di criteri impliciti, di equilibri disciplinari e territoriali. Chi sta dentro una rete forte avrà più probabilità di attraversare il sistema. Chi lavora fuori dai circuiti dominanti, chi ha profili interdisciplinari, chi viene da atenei periferici, chi non corrisponde esattamente alla figura desiderata dal dipartimento rischierà di essere ancora più fragile. Non si amplia la competizione: si aumenta la dipendenza dal contesto locale in cui il concorso viene costruito.

Per i giovani ricercatori il danno rischia di essere ancora maggiore. È proprio nella fase iniziale della carriera che servirebbero regole più aperte, più nazionali, più trasparenti, capaci di impedire che i dipartimenti si limitino a riprodurre se stessi. Invece il sistema riduce la garanzia di apertura esterna nel segmento più delicato della carriera accademica. Si dice di voler favorire mobilità e merito, ma si rende più agevole la stabilizzazione del già noto, del già interno, del già compatibile. È una riforma che parla il linguaggio dell’apertura e pratica la grammatica della conservazione.

Anche l’idea di valutare ex post la qualità del reclutamento, con effetti sul finanziamento ordinario, ha un’apparenza moderna e un contenuto fragile. Dopo tre anni, la produzione scientifica o la performance di un docente dipendono da troppe variabili: disciplina, laboratorio, carico didattico, risorse, reti internazionali, condizioni dell’ateneo, possibilità concrete di ricerca. Fingere che tutto questo possa misurare linearmente la bontà della selezione significa usare l’indicatore non come strumento di conoscenza, ma come alibi amministrativo. Il rischio è che gli atenei più deboli vengano penalizzati due volte: prima perché hanno meno risorse per attrarre e sostenere buoni candidati, poi perché saranno giudicati su risultati maturati in condizioni peggiori.

Ne deriverà un effetto prevedibile: più prudenza, meno coraggio. Gli atenei tenderanno a reclutare candidati già “sicuri”, già bibliometricamente rassicuranti, già compatibili con indicatori e rendicontazioni. Saranno meno appetibili i profili eccentrici, innovativi, trasversali, quelli che non producono immediatamente numeri puliti ma possono aprire strade nuove. Sarà penalizzata anche la didattica, che nelle carriere universitarie continua a essere evocata con solennità e trattata come variabile secondaria. L’università finirà per selezionare non necessariamente i migliori docenti o i migliori ricercatori, ma quelli più facilmente traducibili in indicatori difendibili.

La mobilità, poi, viene proclamata più che garantita. Senza risorse aggiuntive e senza un serio meccanismo perequativo, la mobilità favorisce chi è già forte. Gli atenei più attrattivi potranno pescare meglio; quelli più fragili rischieranno di perdere capitale umano o di non riuscire ad acquisirlo. In questo modo la riforma non corregge gli squilibri territoriali: li istituzionalizza. Il Mezzogiorno, le università meno finanziate, i dipartimenti con minori infrastrutture e minore capacità di attrazione rischiano di entrare in una competizione formalmente aperta e sostanzialmente diseguale. La retorica del merito, quando ignora le condizioni materiali, diventa spesso la più elegante giustificazione della disuguaglianza.

C’è poi un altro elemento, non secondario: il Parlamento approva una cornice e rinvia pezzi essenziali del sistema a decreti ministeriali, ANVUR, regole successive, liste, requisiti, esclusioni, modalità operative. In pratica si vota una riforma il cui vero funzionamento sarà scritto dopo. È una tecnica comoda, ma politicamente opaca. Le carriere universitarie non sono una materia secondaria: decidono chi formerà gli studenti, chi guiderà la ricerca, chi orienterà scuole disciplinari, chi governerà dipartimenti e atenei nei prossimi decenni. Lasciare troppi snodi alla normazione secondaria significa sottrarre al confronto pubblico proprio ciò che conta di più.

Che questo impianto venga presentato come modernizzazione dice molto della cultura di governo che lo ha prodotto. La Bernini e il suo staff sembrano avere scelto la strada più facile: alleggerire il filtro nazionale, aumentare il peso delle sedi locali, rinviare le parti decisive a decreti successivi e confidare che la parola “merito” basti a nobilitare il tutto. Ma il merito, quando viene separato da regole solide, risorse adeguate e controlli indipendenti, diventa uno slogan ornamentale. Utile nei comunicati, molto meno nelle università reali.

La promessa era ridurre il contenzioso. Anche qui conviene essere prudenti. Il contenzioso non scomparirà: cambierà indirizzo. Non si litigherà più, o si litigherà meno, sull’abilitazione nazionale; si litigherà sui requisiti autocertificati, sui bandi, sui profili, sulle commissioni, sulle prove didattiche, sulla valutazione del più meritevole, sulle chiamate. E il contenzioso locale, diversamente da quello nazionale, avrà effetti più immediati e più corrosivi sulle singole procedure. La riforma non elimina il conflitto: lo distribuisce negli atenei, lo avvicina ai dipartimenti, lo rende più minuto e forse più velenoso.

Il punto politico non è difendere l’ASN com’era. Nessuno dovrebbe farlo con nostalgia. L’ASN era una macchina pesante, spesso ingiusta, talvolta grottesca. Ma aveva almeno una funzione: impediva che il reclutamento tornasse interamente nelle mani dei singoli atenei. Era un presidio imperfetto contro una malattia nota. Ora quel presidio viene rimosso senza sostituirlo con una garanzia nazionale più forte, più intelligente, più rapida e più trasparente. Si chiama semplificazione, ma somiglia molto a deregolazione.

Per gli atenei, la conseguenza più grave sarà culturale prima ancora che amministrativa. Un’università che recluta male si impoverisce lentamente, senza rumore. Non crolla in un giorno: perde qualità nei corsi, ambizione nella ricerca, pluralismo nelle scuole, capacità di attrarre studenti e studiosi, credibilità internazionale. Se la selezione diventa più locale, più adattabile, più esposta agli equilibri interni, il sistema tenderà a scegliere ciò che disturba meno, non ciò che vale di più. E un’università che sceglie ciò che disturba meno è un’università che rinuncia alla propria funzione.

La riforma nasce dunque con un vizio profondo: dichiara di voler aumentare merito, mobilità e qualità, ma costruisce un sistema che rischia di aumentare discrezionalità, localismo e disuguaglianze. Promette meno burocrazia, ma scarica nuovi adempimenti su strutture già sottofinanziate. Promette valutazione, ma la colloca ex post e la lega a indicatori fragili. Promette apertura, ma riduce garanzie proprio dove servirebbero di più. Promette autonomia responsabile, ma rischia di produrre autonomia senza responsabilità e responsabilità senza risorse.

Era difficile fare peggio di prima, ma ci sono riusciti.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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