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I RIFORMISTI CHE NON AMANO IL RIFORMISMO. ISOLIAMO RENZI!

C’è una contraddizione che attraversa da anni il campo riformista italiano. Molti si dichiarano riformisti, ma troppo spesso non amano davvero il riformismo. Ne utilizzano il linguaggio, ne richiamano i valori, ma nella pratica sembrano interessati soprattutto alla difesa del proprio spazio di potere, del proprio ruolo, della propria rendita politica e organizzativa.

Il riformismo, per sua natura, è apertura, confronto, contaminazione di idee, costruzione di alleanze e capacità di innovare. È una cultura politica che rifiuta le scomuniche e le esclusioni preventive. Eppure assistiamo frequentemente a comportamenti che vanno nella direzione opposta: piccoli recinti, appartenenze chiuse, veti incrociati e operazioni condotte ad excludendum.

In questo quadro si colloca anche il tentativo, più o meno esplicito, di isolare Matteo Renzi. Un fenomeno che va oltre il giudizio politico sulla sua esperienza di governo o sulle sue scelte. Si può essere d’accordo o meno con Renzi, ma è difficile negare che abbia rappresentato e continui a rappresentare una delle principali esperienze riformiste della politica italiana degli ultimi anni.

L’isolamento di una leadership, quando diventa l’obiettivo principale, finisce spesso per sostituire il confronto sui contenuti. Si discute meno di lavoro, crescita economica, scuola, sanità, innovazione, infrastrutture e diritti civili, e molto di più di equilibri interni, collocazioni e rapporti di forza.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’area riformista frammentata, incapace di esprimere pienamente il proprio potenziale e di parlare con forza a quel vasto mondo di cittadini, professionisti, lavoratori, imprenditori e giovani che chiedono soluzioni pragmatiche e non guerre tra gruppi dirigenti.

La vera sfida non è stabilire chi debba essere escluso, ma costruire una casa comune nella quale culture diverse del riformismo possano confrontarsi e collaborare. Nessuno possiede in esclusiva il brevetto del riformismo. Nessuno può pretendere di rappresentarlo da solo.

Se il riformismo vuole tornare a essere una forza capace di incidere sul futuro dell’Italia, deve abbandonare la logica dei recinti e delle esclusioni. Deve tornare a fare ciò che gli riesce meglio: mettere insieme competenze, idee, esperienze e sensibilità diverse per cambiare la realtà.

Altrimenti continueremo ad assistere al paradosso di tanti presunti riformisti che, pur proclamandosi tali, finiscono per combattere più i riformisti che i problemi del Paese. E questa non è una battaglia per il riformismo. È soltanto una battaglia per conservare piccoli spazi di potere.

Carmelo FINOCCHIARO
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Nato nel 1962, di professione commercialista e proprietario di un gruppo imprenditoriale che spazia dall’edilizia, alle multi utility, al food, ha militato da giovane nella FGCI, PCI, PDS, DS per poi approdare in Italia Viva. Già’ dirigente nazionale del settore produzione e lavoro di Legacoop. Consigliere comunale nei periodI bui della lotta alla mafia nel comune di Mascalucia.
Presidente nazionale di Confedercontribuenti associazione per la tutela dei contribuenti e degli utenti bancari, associa in tutta Italia prevalentemente imprese.

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