Il QS World University Rankings 2027 consegna all’Italia universitaria un risultato apparentemente positivo: 47 atenei classificati, 26 in miglioramento, il Politecnico di Milano all’87° posto mondiale, Sapienza al 111°, Bologna al 123°, Padova al 204° e Politecnico di Torino al 206°. È un segnale da non sottovalutare. Ma sarebbe un errore fermarsi alla celebrazione nazionale. La classifica dice anche altro: l’università italiana migliora dove dispone già di massa critica, reti internazionali, reputazione consolidata e territori capaci di attrarre studenti, docenti e imprese. Altrove resta indietro.
La Sicilia è dentro questo secondo quadro. Messina si colloca nella fascia 761-770, arretrando rispetto al 2026; Palermo resta nella fascia 801-850; Catania nella fascia 851-900. Nessun ateneo siciliano entra tra i primi 700 del mondo. Non è una gara tra città, né una pagella morale sulle singole Università. È il segnale che il sistema universitario dell’Isola fatica a trasformare competenze, storia e capitale umano in visibilità scientifica globale.
Il punto decisivo sta nei parametri reputazionali, che nel ranking QS pesano moltissimo. L’Academic Reputation vale il 30% del punteggio complessivo; l’Employer Reputation vale un altro 15%. Insieme fanno il 45% della classifica. Sono indicatori discutibili, perché dipendono da percezioni raccolte tramite survey internazionali, ma proprio per questo misurano una cosa essenziale: quanto un ateneo è riconosciuto nel mondo accademico e nel mercato globale dei laureati. Non basta lavorare bene; bisogna essere conosciuti, citati, cercati, invitati, reclutati.
Su questo terreno il divario è netto. Sapienza ha un Academic Reputation score di 91,5, Bologna 91,3, Politecnico di Milano 84,5, Padova 75,5. In Sicilia Palermo arriva a 20,8, Catania a 18,5, Messina a 12,6. La distanza è ancora più marcata nella Employer Reputation: Politecnico di Milano raggiunge 93,6, Sapienza 73,6, Politecnico di Torino 73,5, Bologna 70,3. Le università siciliane si fermano a 8,7 per Catania, 7,5 per Palermo, 3,6 per Messina. In altri termini, il problema siciliano non è soltanto produrre ricerca o laureati; è essere percepiti come interlocutori riconoscibili da accademici e datori di lavoro internazionali.
Qui entra in gioco la questione dei concorsi universitari. La proposta Bernini, approvata dal Senato e ora all’esame della Camera, interviene sulle modalità di accesso alla docenza. Il cuore della riforma è il superamento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, sostituita da requisiti di qualificazione scientifica e produttività dichiarati su una piattaforma ministeriale, con la selezione affidata poi ai singoli atenei attraverso commissioni nelle quali resta un componente interno e gli altri membri sono sorteggiati da liste nazionali. L’obiettivo dichiarato è semplificare e responsabilizzare le università.
Ma la semplificazione, in un sistema già esposto a localismo ed endogamia, può produrre l’effetto opposto: rendere più facile la trasformazione del concorso in pratica di gestione interna delle carriere. Se il filtro nazionale si indebolisce e la decisione effettiva si concentra ancora di più negli atenei, aumenta il rischio di bandi costruiti su profili molto specifici, progressioni prevedibili, promozioni interne mascherate da selezioni aperte. Non è un pericolo astratto. È il nodo storico dell’università italiana: il concorso come occasione per acquisire competenze nuove o come strumento per sistemare equilibri già esistenti.
Per gli atenei meridionali il problema è ancora più grave. Chi parte da una bassa reputazione internazionale avrebbe bisogno di più apertura, più mobilità, più reclutamento esterno, più competizione vera. Se invece il sistema si richiude, il divario si cristallizza. Un’università che promuove soprattutto chi è già dentro non accresce la propria reputazione: la consuma. Una università che usa il concorso per attrarre studiosi formati altrove, con reti diverse e progetti competitivi, può invece modificare la propria traiettoria.
Questo riguarda anche la “restanza”. Restare in Sicilia non può significare accettare una carriera accademica o professionale meno aperta, meno competitiva, meno internazionale. Un giovane ricercatore resta se trova laboratori, bandi, reti, ma anche regole credibili. Resta se percepisce che il merito può prevalere sull’appartenenza, che un concorso può davvero cambiare un dipartimento, che la qualità può essere riconosciuta senza doversi necessariamente spostare a Milano, Zurigo o Losanna.
Il ranking QS non è una verità assoluta. Ma è un termometro della reputazione. E la reputazione, nell’università contemporanea, non è vanità: è capacità di attrarre fondi, studenti, docenti, collaborazioni, imprese, futuro. Per la Sicilia il messaggio è chiaro: non servono proclami sull’eccellenza, ma istituzioni universitarie più aperte, meno locali, meno amministrative, più internazionali. Senza questa svolta, la restanza resterà una bella parola, mentre i talenti continueranno a partire.


