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TRUMP, LA TRISTE RAPPRESENTAZIONE DEI NOSTRI TEMPI

Ricordate Chance Gardiner, il personaggio interpretato da Peter Sellers in Oltre il giardino, e le sue frasi da catechismo vegetale, quelle sentenze da vivaio che nel film venivano accolte come se fossero uscite dalla bocca combinata di Confucio, Keynes e di un editorialista del Wall Street Journal in stato di grazia? Chance parlava di stagioni, di crescita, di piante da potare, e attorno a lui l’alta società americana, come spesso accade alle classi dirigenti quando perdono il contatto con la realtà ma conservano intatta la propria presunzione, si precipitava a vedere profondità dove c’era soltanto vuoto, mistero dove c’era soltanto assenza.

Donald Trump, a suo modo, è la versione degradata, peggiorata e oscena di quello stesso personaggio. Non perché gli somigli nella mitezza, che Chance possedeva e Trump non ha mai neppure sfiorato, ma perché incarna lo stesso meccanismo fondamentale: l’uomo mediocre che sale non grazie a ciò che sa, ma grazie a ciò che gli altri, per interesse o pura idiozia, decidono di vedere in lui. Chance era un recipiente vuoto sul quale l’establishment proiettava la propria fame di senso; Trump è un recipiente tossico nel quale una parte dell’America ha versato il proprio rancore, il proprio analfabetismo civico, il proprio desiderio di brutalità elevata a metodo.

La differenza è che Chance non aveva colpa. Era quasi una creatura innocente, il prodotto di un confinamento mentale e sociale così assoluto da renderlo un idiota metafisico, un uomo senza mondo, senza esperienza, senza malizia. Trump invece è la stessa inconsistenza, ma con l’astuzia del venditore ambulante, con l’aggressività del bullo invecchiato male, con la vanità del piazzista che ha capito una cosa semplicissima e devastante: in una società malata la ripetizione vale più dell’argomento, il volume più della ragione, la faccia più del contenuto, l’insulto più della competenza.

Ed è qui che il parallelismo diventa feroce. Perché Oltre il giardino era una satira sull’élite che si inginocchia davanti al nulla purché il nulla abbia fotogenia, opacità e capacità di riflettere i desideri di chi guarda. Trump è esattamente questo, ma privatizzato, urlato, arancione, imbottito di rancore e di appetiti.

Trump, in fondo, è Chance Gardiner dopo una mutazione radioattiva nel ventre della televisione commerciale, dei reality, del narcisismo di massa e della politica ridotta a wrestling per spettatori con la soglia di attenzione di un criceto. Non sa davvero parlare se non per slogan, non sa davvero pensare se non per impulsi elementari, non sa davvero governare se non come si occupa una scena: allargando le braccia, intasando lo spazio, saturando l’aria di sé fino a far apparire insignificante tutto il resto.

Attorno a Trump si è organizzata negli anni una gigantesca industria della sovrainterpretazione. Gli si attribuisce profondità perché si teme di ammettere che un sistema politico, mediatico e culturale possa davvero essere stato sequestrato da un uomo così platealmente rozzo. Si preferisce pensarlo machiavellico piuttosto che riconoscerlo per quello che è: un ego ipertrofico con qualche riflesso da imbonitore e nessun freno morale.

Ma la verità più umiliante non riguarda lui. Riguarda la società che rende possibile il suo successo. Chance Gardiner diventava importante perché i potenti avevano bisogno di credere alla profondità del vuoto; Trump prospera perché milioni di persone hanno bisogno di credere alla forza della volgarità.

Per questo il vero parallelo con Oltre il giardino non è soltanto cinematografico. È clinico. Trump è la diagnosi di una democrazia che non distingue più tra comunicazione e governo, tra personaggio e statista, tra notorietà e capacità, tra brutalità e decisione. Chance camminava sull’acqua come un’immagine assurda, sospesa, teologica. Trump cammina sulle macerie del linguaggio pubblico, sul discredito delle istituzioni, sul collasso del senso della misura, e c’è ancora chi applaude come se stesse assistendo a una prova di forza, quando invece sta semplicemente contemplando il trionfo della regressione.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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