La sanità non è una materia qualsiasi. Non è un comparto come un altro. La sanità è il punto in cui il diritto, l’organizzazione e la vita concreta delle persone coincidono. È interesse generale nel senso più pieno del termine, perché riguarda tutti, sempre: chi è malato, chi lo diventerà, chi accompagna, chi aspetta, chi nasce, chi invecchia, chi entra in pronto soccorso, chi ha bisogno di una rete oncologica, di un punto nascita, di una stroke unit, di un posto letto che esista davvero e non solo sulla carta. Ed è per questo che la sanità, prima ancora di essere regionale, è materia regolata da principi nazionali, da livelli essenziali, da regole di sistema, da standard di rete, da obblighi di coerenza e, in fondo, da un elementare buon senso amministrativo. Quando questo buon senso viene meno, il problema non è solo tecnico: diventa politico, civile, perfino morale.
La vicenda della rete ospedaliera siciliana sta esattamente qui. La lettera con cui il Ministero della Salute ha rimandato indietro, ancora una volta, il piano regionale non è una normale richiesta di integrazione, non è la fisiologia di un confronto tra amministrazioni, non è il solito rimpallo romano da usare come alibi polemico. È, molto più banalmente e molto più gravemente, la certificazione del fatto che la Regione Siciliana non è riuscita a presentare un documento istruttoriamente affidabile su una materia che dovrebbe essere fra le più presidiate dell’intero governo regionale. Il Ministero dice, in sostanza, che il materiale trasmesso presenta “numerosi disallineamenti e incongruenze” tali da non consentire una corretta e compiuta istruttoria ai fini del tavolo DM 70. Non dice che la scelta politica è discutibile. Dice prima di tutto che le carte non stanno in piedi.
E allora bisogna soffermarsi bene su che cosa significhi. Perché qui non si parla di una divergenza teorica fra Palermo e Roma sul modello di ospedale, sul rapporto fra pubblico e privato o sul dimensionamento di una certa disciplina. Si parla di errori che stanno al livello elementare della rappresentazione amministrativa. Posti letto “da attivare” indicati con valore negativo, meno 49 e meno 35. Centotrentacinque posti letto di psichiatria per i quali non è correttamente indicato il codice dello stabilimento e la struttura di riferimento. Il P.O. Casazza identificato con un codice struttura non valido, il famoso 190960XX, e per di più non esplicitamente descritto nella deliberazione regionale richiamata. Posti letto attribuiti a discipline specialistiche, peraltro sottorappresentate e in grave carenza di strutture e personale, che non risultano riconducibili ad alcuna unità operativa: Gastroenterologia ad Agrigento, Neuro-riabilitazione a Messina, Pneumologia al San Raffaele Giglio. Scostamenti tra Tabella C e delibera sui ruoli delle strutture nelle diverse reti assistenziali, dai punti nascita alla rete IMA, dalla rete trauma alle breast unit. Accorpamenti di DEA di primo e secondo livello che compaiono in tabella senza essere coerenti con la DGR di riferimento.
Non sono sviste, ma un metodo di lavoro. E quel metodo, se così si può chiamare, è disarmante. Perché la programmazione sanitaria non è soltanto una somma di caselle da riempire. È una costruzione logica. Ogni posto letto deve stare dentro una disciplina, ogni disciplina dentro un’unità operativa, ogni unità operativa dentro una struttura, ogni struttura dentro una rete, ogni rete dentro una geografia, ogni geografia dentro un fabbisogno. È l’abc della materia. Se si rompe uno di questi passaggi, si rompe l’intero edificio.
Per questo il rilievo del Ministero sui posti letto assegnati dove non esiste una corrispondente unità operativa è forse il più devastante di tutti. Perché mostra che non siamo davanti a un documento impreciso, ma davanti a una programmazione che a tratti smarrisce la relazione tra funzione clinica e organizzazione reale. Un posto letto senza unità operativa di riferimento non è un dettaglio imperfetto. È una finzione amministrativa.
Lo stesso vale per i ruoli di rete. Il Ministero chiede coerenza sulla rete dell’emergenza-urgenza, sulla rete IMA, sulla rete trauma, sulla rete materno-infantile con STAM e STEN, sulla rete oncologica, sui punti nascita, sulle breast unit. E lo fa perché una rete ospedaliera non può mutare a seconda della colonna che si legge. Se Villa Sofia è una cosa in delibera e un’altra in tabella, se le emodinamiche compaiono in un allegato e spariscono nell’altro, se le breast unit non sono indicate nella deliberazione ma vengono identificate nella Tabella C, allora non c’è una rete. Ci sono più versioni concorrenti della stessa rete. E una Regione che presenta a Roma una programmazione così fatta non si espone soltanto a un rilievo tecnico: si espone a una perdita di credibilità istituzionale.
Qui bisogna essere chiari, senza infierire ma senza neppure proteggere nessuno dietro il lessico consolatorio delle “criticità”. Non è serio che un’amministrazione regionale, dopo mesi di lavoro, dopo passaggi interni, dopo un atto di giunta, dopo interlocuzioni con gli uffici ministeriali, mandi a Roma una Tabella C con posti letto negativi. Non è serio che una struttura abbia un codice invalido. Non è serio che si debba ricordare all’assessorato che in caso di accorpamenti bisogna darne evidenza nel documento di riordino della rete ospedaliera.
Non è serio che il Ministero debba rispiegare alla Regione che il documento di programmazione deve ricomprendere fabbisogno, distribuzione dei posti letto, rete dell’emergenza-urgenza, nodi per area geografica, reti tempo-dipendenti, assetto delle reti specialistiche e piena coerenza con la Tabella C. Tutto questo non è un confronto alla pari tra pianificatori pubblici. È un’amministrazione centrale costretta a ricordare a quella regionale le condizioni minime per compilare correttamente il compito.
Inevitabilmente, la questione smette di riguardare soltanto la rete ospedaliera e diventa il sintomo di qualcosa di più ampio. Perché nello stesso tempo in cui la Sicilia non riesce ancora a chiudere in modo decente il riordino della propria rete ospedaliera, altre Regioni stanno muovendo i propri dossier nel quadro dell’autonomia differenziata. Non sul terreno del proclama, ma su quello del procedimento. Il riferimento è preciso: articolo 116, terzo comma, della Costituzione, legge 26 giugno 2024, n. 86, “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario”, e poi, dopo gli schemi di intesa preliminare approvati dal Consiglio dei ministri il 18 febbraio 2026 e trasmessi il 27 febbraio, il successivo passaggio parlamentare del disegno di legge cui dovrà essere allegato lo schema di intesa definitivo. Vale a dire: non un dibattito astratto, ma un percorso normativo e politico già incardinato.
Ed è proprio qui che la sanità torna al centro. Perché tra le materie oggetto di avanzamento negoziale non ci sono soltanto protezione civile, professioni e previdenza complementare e integrativa. C’è anche, separatamente, la materia “tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica”. Certo, il dossier governativo è prudente. Ribadisce il rispetto dei LEA, dell’equilibrio economico-finanziario, della neutralità degli effetti sulle altre Regioni e del ruolo di verifica del Ministero della Salute e del MEF. Ma la prudenza giuridica non deve trarre in inganno.
Sul piano politico la direzione è chiarissima: le Regioni più forti si presentano con dossier coerenti, sequenze procedurali ordinate, schemi identici o quasi, richieste selettive ma concrete, e costruiscono un regionalismo differenziato progressivo, monitorato, ma reale. Non sfondano il muro. Lo aggirano con pazienza.
Il punto, allora, non è soltanto ciò che il testo oggi concede o non concede. Il punto è il precedente che si consolida. Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto si muovono dentro una logica pattizia con lo Stato e chiedono margini ulteriori di governo su materie che toccano indirettamente o direttamente il funzionamento dei loro sistemi territoriali. Nel dibattito pubblico e nei materiali di commento si è già messo in luce come il “pacchetto” sanitario evocato possa arrivare a toccare tariffe di rimborso e remunerazione diverse da quelle nazionali, gestione autonoma degli investimenti in edilizia e tecnologia sanitaria, fondi sanitari integrativi, destinazione di maggiori risorse per il personale. Anche quando queste possibilità restano circondate da freni, condizionalità, verifiche, è evidente la tendenza: chi ha più capacità amministrativa e più forza di programmazione lavora per ritagliarsi margini aggiuntivi di flessibilità.
E la Sicilia? La Sicilia, che pure è Regione a statuto speciale, cioè teoricamente dotata di un’autonomia più robusta e più antica, rischia di ritrovarsi nella posizione più paradossale di tutte: vedere Regioni ordinarie costruirsi un’autonomia su misura mentre essa continua a non saper usare neppure bene gli strumenti ordinari. È una contraddizione che dovrebbe togliere il sonno a un’intera classe dirigente. Perché la specialità, se non è sostenuta da capacità di governo, si riduce a formula. E nel frattempo le Regioni ordinarie più efficienti si attrezzano, negoziano, documentano, ottengono spazi. La Sicilia invece manda tabelle sbagliate e si fa richiamare per codici invalidi e reparti senza unità operative. Non è soltanto una distanza di performance. È una distanza di cultura istituzionale.
Qualcuno dirà che l’autonomia differenziata resta comunque una minaccia, e lo è. Perché anche a parità di clausole di salvaguardia, anche a fronte di formali richiami all’uniformità, è difficile credere davvero che l’ampliamento dei margini di manovra per le Regioni più forti non produca conseguenze sistemiche. Una Regione che può programmare meglio investimenti, reclutamento, incentivi, integrazioni, filiere professionali e modelli organizzativi tende inevitabilmente a rafforzare la propria capacità di attrazione. Attira pazienti, attira professionisti, attira capitale organizzativo. Non ha bisogno di sottrarre formalmente qualcosa ad altri. Le basta crescere di più e più in fretta. In un Paese già segnato dalla mobilità sanitaria e da divari strutturali persistenti, questo significa che il rischio di una sanità a più velocità non è una fantasia polemica: è un esito plausibile.
Ma proprio per questo la Sicilia non può permettersi la recita del vittimismo. Non può denunciare i vantaggi altrui e al tempo stesso continuare a produrre dossier che il Ministero rispedisce indietro perché internamente incoerenti. Non può invocare la perequazione e poi presentarsi con una programmazione che non riesce nemmeno a far corrispondere la delibera alla tabella allegata.
E allora quella che all’inizio sembrava una semplice lettera di rilievi si rivela per quello che è davvero: uno specchio. Ci restituisce l’immagine di una Regione che non viene bloccata per eccesso di ambizione, ma per difetto di esecuzione. Ci mostra una macchina pubblica che inciampa nelle basi: codici, coerenza interna, ricostruibilità dei posti letto, articolazione delle reti, corrispondenza tra funzioni e strutture. Ci dice che la sanità, la materia più delicata, quella in cui le leggi nazionali devono garantire diritti comuni e le Regioni dovrebbero organizzare bene ciò che spetta loro, viene trattata da troppi uffici come se fosse una combinazione di cartelle da assemblare. E ci ricorda, con una durezza quasi pedagogica, che la porta di Roma si chiude innanzitutto davanti a chi si presenta con documenti che non reggono.
Schifani finisce così per incarnare il paradosso più umiliante di questa stagione siciliana: presidente di una Regione a statuto speciale ma ridotto all’impotenza di un governatore dimezzato, ostaggio dei veti dei suoi alleati al punto da tenersi un’assessora presentata come tecnica e divenuta invece il simbolo stesso dell’inadeguatezza politica e amministrativa.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


