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LA CADUTA DEGLI DEI…O DI CHI SI SENTIVA TALE NEL GOVERNO DELLA DESTRA

C’è qualcosa di Wagneriano, e assieme di miseramente provinciale, nel crollo simultaneo di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi: non la grandezza della tragedia, ma la sproporzione tra l’ambizione e la realtà, tra l’immagine costruita e quella che, alla fine, resta quando il pubblico se ne va. Il referendum, con la sua brutalità aritmetica, ha fatto ciò che anni di narrazione politica avevano evitato con cura: ha restituito misura, e la misura, per chi vive di eccesso, è sempre una condanna.

Nel caso di Daniela Santanchè, la questione non è mai stata davvero il potere, ma la credibilità, o meglio la sua ostinata simulazione. Per anni ha incarnato la figura dell’imprenditrice di successo traslata in politica, una rappresentazione costruita su un’estetica aggressiva del comando, fatta di lusso esibito, sicurezza granitica, linguaggio perentorio. Una politica che non argomenta, ma si mostra, che non convince, ma occupa lo spazio. E tuttavia, sotto questa superficie levigata, si è accumulato nel tempo un materiale ben meno scintillante: vicende giudiziarie, fallimenti societari, contestazioni sulla gestione di aziende, accuse di malversazioni e opacità che non sono mai riuscite a trovare una sintesi politica credibile. Non è un problema penale, che spetta ad altre sedi, ma un problema di coerenza narrativa: l’imprenditrice vincente che inciampa ripetutamente in dissesti e contestazioni non è una contraddizione secondaria, è la demolizione stessa del personaggio. Finché il consenso regge, la dissonanza può essere ignorata, assorbita, persino derubricata a fastidio mediatico; quando invece il consenso crolla, come è accaduto con il referendum, tutto ciò che era stato tenuto ai margini ritorna al centro, senza più filtri, senza più scenografia. E allora la figura che si presentava come incarnazione del successo appare per ciò che era sempre stata: una costruzione fragile, sostenuta più dal tono che dalla sostanza.

Andrea Delmastro offre un paradosso diverso, forse ancora più corrosivo perché investe direttamente il piano istituzionale. Sottosegretario alla Giustizia, dunque teoricamente custode di rigore, legalità, distanza netta da qualsiasi zona grigia, ha costruito la propria immagine su un moralismo assertivo, spesso declamatorio, in cui il confine tra giusto e sbagliato veniva tracciato con sicurezza quasi ideologica. Il problema è che questa postura funziona solo finché resta asimmetrica, finché si può accusare senza essere accusati, finché si può giudicare senza essere giudicati. Le vicende che lo hanno coinvolto, tra frequentazioni discutibili, comportamenti quantomeno disinvolti e una gestione dei rapporti che ha evocato, nell’immaginario pubblico, un sottobosco fatto di ambiguità, bisteccherie, intestazioni di comodo e relazioni con figure tutt’altro che immacolate, hanno progressivamente trasformato la sua figura da garante a caricatura. Non è più il rappresentante della giustizia, ma la sua imitazione, e per di più mal riuscita. Il punto non è la rilevanza penale dei singoli episodi, ma la loro incompatibilità simbolica con il ruolo: un sottosegretario alla Giustizia che appare immerso in dinamiche da cronaca minore non indebolisce solo se stesso, ma l’istituzione che rappresenta. Il referendum ha agito come detonatore, perché ha tolto a Delmastro il suo principale scudo, cioè l’aggressività retorica; quando non si può più attaccare, quando si è costretti a spiegare, a difendersi, a giustificare, la postura moralista si svuota e resta una figura disallineata, incapace di sostenere il peso del proprio ruolo senza ricorrere alla caricatura.

Giusy Bartolozzi, infine, è forse la più rivelatrice proprio perché meno ingombrante mediaticamente, e quindi più esposta nella crudezza del suo stile comunicativo. La sua cifra non è stata l’ostentazione del successo né il moralismo militante, ma una retorica muscolare, spesso sopra le righe, in cui il linguaggio politico si avvicina pericolosamente a quello della punizione esemplare. Le sue dichiarazioni, con evocazioni di plotoni di esecuzione e altre immagini di giustizia sommaria, non possono essere archiviate come semplici eccessi verbali, perché rivelano una concezione della politica come campo di battaglia permanente, in cui l’avversario non è interlocutore ma bersaglio. Un linguaggio che può mobilitare una parte dell’opinione pubblica nel breve periodo, ma che nel medio termine logora, perché trasforma la politica in una rappresentazione continua della violenza simbolica. Il tracollo referendario ha mostrato che questa grammatica non funziona più, che una quota crescente dell’elettorato non si riconosce in questa escalation lessicale, in questa teatralizzazione continua del conflitto. Bartolozzi non cade per un singolo episodio, ma per saturazione: quando la durezza diventa rumore di fondo, perde efficacia e resta solo come segnale di inadeguatezza.

Tre percorsi diversi, dunque, ma un errore comune, che il referendum ha reso evidente con una chiarezza quasi brutale: l’illusione dell’immunità, Santanchè attraverso l’estetica del successo, Delmastro attraverso la superiorità morale, Bartolozzi attraverso la durezza esibita. Tutti e tre hanno costruito un’immagine che presupponeva di essere sottratta alla verifica, al controllo, alla possibilità stessa di essere smentita. Il voto ha riportato tutto a una dimensione elementare, binaria, in cui non contano le narrazioni ma i numeri, e i numeri non si interpretano, si subiscono.

Non c’è, in questa caduta, nulla della grandezza tragica che il titolo vorrebbe evocare. Non c’è sfida al destino, non c’è hybris punita dagli dei, ma semmai il contrario: una serie di figure che si sono attribuite una centralità che non avevano e che, una volta venuta meno la cornice che le sosteneva, si sono ritrovate improvvisamente esposte. La caduta degli dei, in questo caso, non è un incendio spettacolare, ma uno spegnimento progressivo, quasi burocratico: una conferenza stampa che si svuota, una dichiarazione che non interessa più, una presenza che perde peso fino a diventare irrilevante. E forse è proprio questo l’aspetto più crudele, e insieme più istruttivo, di questa vicenda: non la sconfitta, che in politica è fisiologica, ma la scoperta, tardiva, di non essere mai stati davvero ciò che si pensava di essere.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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