C’è un modo molto semplice per misurare la statura politica di un ministro della Difesa: osservare cosa fa quando l’area più instabile del pianeta sta per incendiarsi. Nel caso di Guido Crosetto, la risposta sembra essere: organizzare una vacanza di famiglia a Dubai, come in un cinepanettone dei fratelli Vanzina. Non in un luogo neutro o in una località defilata, ma in uno degli snodi strategici del Golfo, mentre l’intero quadrante mediorientale si avvicina a un’escalation. Se questo è il livello di risk assessment di chi dovrebbe supervisionare per l’Italia intelligence, pianificazione militare e analisi strategica, il problema è drammatico.
Poi arriva il secondo atto, degno di una sceneggiatura del teatro dell’assurdo: il ministro parte “privatamente” per recuperare i propri familiari. Il capo della Difesa si trasforma in operatore di evacuazione personale, in stile Rambo. Mentre centinaia di italiani si trovano nella stessa area a fare affidamento sulle istituzioni, la priorità diventa la gestione domestica dell’emergenza. Una concezione proprietaria del ruolo pubblico che confonde Stato e sfera privata con una disinvoltura preoccupante. Nel frattempo, la situazione internazionale esplode sotto la spinta delle decisioni e reazioni di attori globali di primo piano. E il ministro si ritrova nel mezzo, apparentemente colto di sorpresa. Qui la questione non è la sfortuna: è l’asimmetria informativa. Se una escalation di quella portata non viene intercettata, anticipata o quantomeno prevista dal sistema informativo di un Paese del G7, significa che qualcosa non funziona. E se viene intercettata ma non influenza le scelte personali del titolare della Difesa, il problema è ancora più serio.
Il rientro in patria aggiunge un ulteriore capitolo: Gulfstream di Stato, ma — viene dichiarato — pagato di tasca propria, addirittura “il triplo” della tariffa prevista. Una precisazione che invece di chiudere la questione la apre. Se esiste una tariffa ufficiale, qual è? Perché il triplo? E soprattutto: perché rientrare da soli, lasciando i familiari e altri connazionali ancora in loco? La narrazione dell’intervento risolutivo si dissolve in una gestione a metà, più attenta alla comunicazione che alla coerenza. Infine, la rivendicazione dei “colloqui diplomatici cruciali” negli Emirati proprio in quei giorni. Colloqui talmente rilevanti da non aver prodotto alcuna evidente consapevolezza preventiva di ciò che stava per accadere. La diplomazia, in questo racconto, sembra una parola usata per coprire un vuoto, non per descrivere un’effettiva capacità di influenza.
Il risultato complessivo non è solo una figuraccia personale. È un problema di credibilità istituzionale. Quando il ministro della Difesa appare reattivo invece che proattivo, informato ex post invece che ex ante, impegnato in operazioni familiari mentre lo scenario strategico si deteriora, il messaggio verso l’esterno è chiaro: l’Italia non siede al tavolo dove si decidono le partite, ma aspetta che qualcuno le spieghi cosa è appena successo. Purtroppo, nella grande partita della politica internazionale, chi arriva dopo conta come il due di coppe a briscola.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


