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DONNA ACCOLTELLATA: COSA STA ACCADENDO A PALERMO?


Palermo muore? Una donna è grave dopo essere stata accoltellata. Una donna che esce da un parrucchiere, in via Libertà. Un gesto quotidiano, leggero. Sicuro. Lo è la strada, della ‘Palermo sicura’ per etichetta, luogo in cui viene ferita quasi a morte.

Il giorno prima, un’altra donna, su una carrozzina elettronica per disabili, viene tamponata e finisce sotto un camion. La dinamica non è chiara. I responsabili scappano.

Cosa succede a Palermo? La città delle buche — fisiche, sì — ma soprattutto morali. Nell’asfalto e nella coscienza civica. Voragini di responsabilità in cui si precipita senza rete di ‘protezione’.

Voglio riportare la testimonianza di una signora, di cui tralascio il nome.

“Ieri, forse, sono stata un piccolo deterrente. O forse no. Forse sono stata solo una testimone che ha deciso di non voltarsi. In via Serradifalco un uomo su un ciclomotore si è avventato contro una giovane coppia. Erano del Bangladesh — lo specifico non per etichettarli, ma perché erano stati scelti. Non a caso. Terrorizzati senza motivo. Poi quell’uomo ha proseguito verso un’Audi guidata da una donna. Ha iniziato a urlare: “Troia! Ti ammazzo!”, colpendo ripetutamente il vetro.

Io ero in auto con mia madre. Non sapevo se fosse armato. Ho suonato il clacson, ho finto di accelerare verso di lui. Un gesto istintivo, quasi animale: fare rumore per spezzare la scena, interrompere la spirale. È scappato.

Ho chiamato la Polizia. L’ho ritrovato poco dopo, a piazza Principe di Camporeale. La moto parcheggiata in mezzo alla strada. Indossava una felpa blu con la scritta tricolore ITALIA. Urlava “Viva la Meloni”, faceva il saluto fascista, inveiva contro gli “extracomunitari”. Era in uno stato di esaltazione evidente, ma anche di legittimazione percepita.

Ho rallentato per leggere la targa. Si è scagliato contro l’auto, contro mia madre. Solo il finestrino alzato ha fatto da confine. Ho richiamato la Polizia. Ho fermato una volante dei Carabinieri. Non so come sia finita. So solo che quell’uomo era violento. Diononvoglia… avrebbe detto mia nonna. E allora pensi che l’errore di una strada imboccata quella sera è servito a questo.

Questa è la città oggi. Fa paura.

Palermo, che ho sempre amato oltre ogni contraddizione. Difesa sotto ogni colore politico. Amata nonostante le ferite, le lentezze, le ombre. Oggi la temo. E temo per le mie nipoti.

Perché quando la violenza diventa esibizione, quando la misoginia e il razzismo si gridano in strada senza vergogna, non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti a un clima. Odio, violenza e semplificazione sono la grammatica di questo tempo. Nemico, virilismo aggressivo, culto dell’ignoranza. Bauman direbbe che è la liquidità morale: nessuno si sente responsabile, tutti si sentono autorizzati.

E così Palermo rischia di diventare il laboratorio di una idiocracy quotidiana, dove l’abusivo che ti danneggia l’auto se ti lamenti; il sopraffattore che denunci; il ‘tascio’ che rimproveri diventano un detonatore pronto a scoppiati in faccia. Il delinquente regna. Non ci sentiamo protetti, non ci sentiamo al sicuro. Ma ciò che è peggio è che siamo sconfitti, abbiamo gettato la spugna. “La città è in mano loro” lo sento dire così spesso. Loro… noi.

Ma la città non è solo questo. La città siamo anche noi che suoniamo il clacson. Che chiamiamo la Polizia. Che coltiviamo gesti gentili. Che non abbassiamo lo sguardo.

La differenza tra una città che cade e una città che resiste è sottile. Sta in quei secondi in cui scegli se intervenire o restare spettatore. Io ieri ho scelto di fare rumore. E spero che sempre più persone tornino a farne.

Ma non posso criticare chi rimane fermo, chi conta fino a 10. Chi ha paura.
Allo stesso modo, non posso smettere di sperare.

PINO PRESTIGIACOMO
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Capitano di Lungo Corso. Dal 1977 al 2016 in servizio presso le società SIREMAR e Compagnia delle Isole. Quadro Dirigente. Consigliere Comunale a Palermo (due consiliature) e Assessore alla Provincia di Palermo.
Segretario Regionale Aggiunto UIL Trasporti Sicilia.

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