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IL MERITO, DA VALORE FONDANTE, DIVENTA “ELASTICO” PER LA BERNINI…

C’è sempre un momento in cui una riforma smette di essere un racconto politico e diventa un problema aritmetico. Per l’accesso a Medicina voluto dal MUR, quel momento è arrivato tra la fine di novembre e Natale, quando i risultati dei due appelli del semestre filtro hanno reso evidente ciò che era stato accuratamente ignorato in fase di progettazione: con quei criteri di valutazione, le graduatorie non si sarebbero mai riempite.

I numeri, questa volta, sono imbarazzanti proprio perché banali. Gli iscritti complessivi al semestre filtro sono stati 64.825. I posti programmati per Medicina, Odontoiatria e Veterinaria erano quasi 20.500. Per coprirli integralmente, sarebbe stato necessario che risultasse idoneo almeno il 30–32% dei candidati. Non un’ipotesi ideologica: una semplice divisione. I risultati reali sono andati in tutt’altra direzione. Dopo il primo appello, in molte sedi la percentuale di studenti che aveva superato tutte e tre le prove era inferiore al 5%; a Milano Statale, solo 100 studenti su oltre 3.000 (circa 3,5%) avevano accettato il voto completo. Anche dopo il secondo appello, le percentuali di sufficienza per singola materia restano basse: fisica raramente supera il 10–12%, chimica oscilla tra 20 e 25%, biologia tra 30 e 40%. Ma la riforma richiedeva la sufficienza in tutte le materie, non una media ponderata. La probabilità combinata di successo, in queste condizioni, scende rapidamente intorno al 10%.

Proiettando questi dati sull’intera platea nazionale, il quadro diventa difficilmente contestabile. Se anche si assumesse una stima ottimistica del 20% di studenti – stima che il ministero stesso utilizza parlando di circa 25.000 idonei “parziali” – gli studenti realmente in grado di entrare in graduatoria secondo le regole originarie sarebbero stati meno di 13.000. Con una stima più aderente ai risultati osservati, intorno al 10%, si sarebbe scesi a 6.000–7.000. In entrambi i casi, il sistema avrebbe prodotto migliaia di posti vacanti: da 7.000 fino a oltre 14.000, a seconda dello scenario. Un esito paradossale per una riforma presentata come risposta strutturale alla “carenza di medici”.

È a partire da questa evidenza che l’intervista della ministra a Repubblica del 23 dicembre va letta con attenzione. Non come una difesa ideologica, ma come una presa d’atto tardiva. Quando Bernini afferma che “in graduatoria entreranno tutti fino a esaurimento posti”, sta implicitamente riconoscendo che le regole iniziali non avrebbero mai consentito quell’esito. Ed è qui che entra in scena il tentativo – a metà tra l’alchimia e la magia nera – di trasformare a posteriori piombo valutativo in oro amministrativo: non cambiando i risultati, ma cambiando il modo in cui quei risultati vengono chiamati, pesati e ordinati.

La nuova architettura della graduatoria nazionale prevede tre categorie: studenti con tre sufficienze piene, studenti con sufficienze “reintegrate” (cioè recuperate dal primo appello dopo una bocciatura al secondo), e studenti con crediti da recuperare in una o due materie. Tutti entrano in graduatoria; la differenza non è più tra ammessi ed esclusi, ma tra debiti da sanare dopo l’immatricolazione. In altri termini, la selezione non scompare: viene semplicemente spostata a valle e demandata alle singole università, con prove locali e criteri dichiarati omogenei ma inevitabilmente diseguali nell’applicazione.

Anche qui i numeri aiutano a capire la portata del cambiamento. Secondo i dati ministeriali diffusi a ridosso del decreto, gli studenti con almeno un 18 in una delle prove sarebbero circa 22.500 a fronte di 17.278 posti disponibili per Medicina. Senza l’allargamento delle maglie, una quota rilevante di quei posti sarebbe rimasta vuota. Con il nuovo meccanismo, invece, la graduatoria potrà essere formalmente “piena”, ma al prezzo di ammettere studenti che non hanno superato una parte sostanziale del percorso selettivo previsto dalla riforma stessa.

In questo contesto, la polemica sui test di fisica, sulle domande composte da professori di fisica in pensione e sugli studenti a volte blanditi e a volte aggrediti come agitatprop comunisti, svolge una funzione precisa: spostare l’attenzione. Il problema non è che la fisica fosse troppo difficile o che le domande fossero mal tarate,o che gli studenti fossro politicizzati. Il problema è che il sistema era matematicamente incompatibile con l’obiettivo dichiarato. E questo era evidente prima, non dopo. Rettori, docenti e analisti lo avevano segnalato: concentrare tre esami universitari in poche settimane, in regime competitivo, avrebbe prodotto un tasso di bocciatura elevatissimo. Non si è voluto ascoltare.

Nel frattempo, analisi indipendenti come quelle della Fondazione GIMBE continuano a ricordare un altro dato strutturale, anch’esso ignorato: l’Italia non soffre di una carenza assoluta di medici laureati, ma di una crisi di attrattività del Servizio sanitario nazionale, con abbandoni precoci e specialità fondamentali sistematicamente disertate. Aumentare gli accessi senza intervenire su condizioni di lavoro, carriere e retribuzioni significa solo spostare il problema di qualche anno, producendo una nuova coorte di medici destinati al privato o all’estero.

E adesso, poveretta? Non è una battuta di scherno, ma la sintesi di una situazione politica ormai scoperta. È adesso che il ministero si trova a fare i conti con l’aritmetica che aveva rimosso. È adesso che il merito, proclamato come principio fondante, diventa improvvisamente elastico. È adesso che una riforma presentata come rigorosa viene salvata con interventi emergenziali, retroattivi e giuridicamente fragilissimi. Tutto succede non perché qualcuno l’abbia sabotata, ma perché è stata costruita senza fare fino in fondo i conti con una realtà che, a differenza dei decreti correttivi, non si lascia riformare in corso d’opera.

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Ingegnere, professore universitario, già rettore dell'Università di Palermo, nonno. E' stato candidato alla carica di governatore della Regione siciliana nel 2017 con la coalizione di centrosinistra.

ANTONIO CRAXI'

Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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