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TORNARE A CASA PER NATALE: UN DIRITTO ELEMENTARE, MA NEGATO

Ventiquattro ore di treno. Non per amore del paesaggio, non per nostalgia ferroviaria, non per la poesia del viaggio lento. Ventiquattro ore di treno per evitare la vergogna del caro-voli. E non solo del caro-voli: del caro-tutto. Perché a Natale, in Italia, qualunque strada tu scelga ti porta allo stesso risultato: pagare di più.

Da Torino alla Sicilia ci vogliono quasi ventiquattro ore. Un giorno intero della tua vita barattato con la possibilità di tornare a casa senza accendere un mutuo. Il paradosso è completo: nel Paese che si racconta moderno e veloce, l’unica opzione accessibile è quella più lenta. Il tempo diventa moneta, l’attesa una tassa implicita.

Sul Sicilia Express salgono studenti, lavoratori fuorisede, giovani insegnanti, impiegati precari. Non sono più gli operai della Fiat degli anni Settanta, ma i loro figli e nipoti. Cambiano le etichette, resta la distanza. Valigie, zaini, pacchi regalo. Un treno all’antica, rimesso in piedi per le vacanze di Natale per il secondo anno consecutivo. Non per folklore, ma per necessità. Perché tutto il resto è diventato inaccessibile.

L’aereo è il simbolo dell’umiliazione: prezzi che esplodono, schermate che cambiano a ogni clic, algoritmi che ti guardano e decidono quanto puoi permetterti di amare la tua famiglia. A Natale il volo diventa un bene di lusso, un test di classe sociale. Torni a casa se puoi permettertelo.

Ma non va meglio sui binari “regolari”. I treni rincarano, si riempiono, si comprimono. Paghi e poi speri: speri di sederti, speri di arrivare. Idem con patate, e spesso senza posto a sedere. Il viaggio diventa una prova di resistenza fisica prima ancora che economica.

E allora c’è l’auto. L’illusione del furbo, di chi pensa: almeno decido io. Poi arriva la pompa di benzina e ti riporta alla realtà. Gasolio +6,4%, benzina +3,1%. Nessuna solidarietà natalizia, nessuna tregua. Il carburante non fa sconti, non conosce festività, non crede negli affetti.

È una coreografia perfetta, quasi elegante: aerei alle stelle, treni in rincorsa, carburanti in salita. Tutti coordinati, tutti puntuali. Tutti in alto.
Tranne una cosa sola, che resta ostinatamente ferma: i salari.

Così ventiquattro ore di treno diventano un atto politico senza slogan. Una resa dignitosa. Un modo silenzioso per dire: non vi paghiamo il ricatto. Quattro date, tutte esaurite in pochi minuti. Come se non fosse un mezzo di trasporto, ma un concerto. Un evento raro. Duemiladuecento persone stipate non per entusiasmo, ma per necessità. Perché il mercato è libero, sì, ma solo di fare quello che vuole. E il governo Meloni-Salvini, quando si tratta di garantire il diritto a tornare a casa, resta a guardare. Magari in business class.

Non è romanticismo ferroviario. È sopravvivenza sociale. È l’immagine nitida di un Paese in cui tornare a casa a Natale non è più un diritto, ma un lusso. E in cui l’unica cosa davvero rimasta ferma, mentre tutto sale, è il valore del lavoro.

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Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.

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