«L’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù», scriveva François de La Rochefoucauld nel 1665. È una frase che sembra fatta apposta per accompagnare la lunga, ostinata e sempre più improbabile costruzione del Cuffaro-pensiero nella fase che segue la sua scarcerazione. Un’agiografia laica, in cui l’ex presidente della Regione passa con sorprendente agilità dall’abito del penitente al saio del santo popolare, dal breviario di Don Luigi Sturzo alle Prediche Inutili di Luigi Einaudi, con grande scioltezza.
La storia inizia come vicenda edificante: il colpevole che “ha pagato”, il detenuto che torna uomo nuovo. Dopo gli anni in carcere Cuffaro si presenta come redento, riconciliato, immune dal passato. Non più il politico travolto da una condanna definitiva, ma il peccatore che si è purificato nella solitudine del carcere, e ora prosegue la sua ascesi nel silenzio del Burundi, nei progetti umanitari, nelle penitenze. È la fase ascetica: quella in cui si ripete che non c’è più nulla da imputargli, perché il debito è stato saldato. Una narrazione costruita con cura, che trasforma la sentenza in capitolo chiuso e la pena detentiva in un rito di passaggio.
Poi l’auto-agiografia si fa più ambiziosa. Non basta essere purificati: serve una genealogia morale. Ed ecco che entra in scena Don Luigi Sturzo. Prima in forma di simpatia culturale, poi – nel 2023 – come presenza quasi mistica. «La Dc di oggi, credo, sia una sorta di miracolo. Il merito è di Luigi Sturzo, cui mi sono rivolto perché mi desse una mano», dichiara Cuffaro, evocando una guida spirituale dall’alto che lo assisterebbe nella rifondazione del partito. La nuova Democrazia Cristiana diventa così un fenomeno soprannaturale, una rinascita prodigiosa, un favore celeste. E se la DC rinasce, suggerisce lui stesso, potrebbe perfino aiutare la causa della santificazione di Sturzo. La teologia politica di Cuffaro è semplice: lui opera in terra, Sturzo in cielo.
Ma il momento più creativo arriva nel 2025, quando Cuffaro decide che è tempo di affiancarsi a un altro padre nobile: Luigi Einaudi. In un’iniziativa pubblica, davanti ai microfoni di Radio Radicale, richiama la conclusione delle Prediche inutili e la fa propria, dichiarando che predicare, anche se inutile, è comunque meglio che tacere. È il punto più alto del suo auto-incorniciamento: Cuffaro come erede del moralismo liberale einaudiano, voce isolata che denuncia sprechi, corruzioni, inefficienze, in nome di un rigore che – nella versione ideale del racconto – lo distinguerebbe dalla politica mediocre del presente.
Ma mentre Cuffaro cita Einaudi, la Procura di Palermo indaga su di lui. La richiesta di arresti domiciliari, le intercettazioni, le ricostruzioni del ROS restituiscono un contesto che ha ben poco dell’Einaudi moralizzatore.
C’è perfino un passaggio – riportato da Repubblica Palermo – in cui Cuffaro viene citato mentre afferma: «Io non posseggo nessun bene». Una frase che suonerebbe francescana: il santo che dichiara povertà, mentre le indagini procedevano.
Forse arriverà anche il momento in cui si rivolgerà ai magistrati che lo inquisiscono con un sorriso serafico, dicendo loro: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra».
La distanza fra la narrazione di se stesso e la cronaca sembra studiata per contestualizzare la frase di La Rochefoucauld. Ogni riferimento alla virtù – Sturzo, i valori cristiani, la DC dei padri fondatori, Einaudi, le Prediche inutili – funziona come un omaggio di circostanza, un velo di nobiltà gettato sopra una realtà che sta emergendo con tratti decisamente più terreni. L’ipocrisia, appunto: il tributo formale che il vizio paga alla virtù per continuare indisturbato il suo percorso.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


