Il Generale ha emesso la sua sentenza: è italiano solo chi “crede” nella cultura greca, romana e cristiana. Un salto carpiato all’indietro che fa sembrare l’oscurantismo del Medioevo un’epoca di avanguardia progressista. Dunque, siete avvisati. Mettetevi l’anima in pace voi discendenti di nuragici, fenici, traci ed egizi. Fate le valigie voi galli, normanni, saraceni, longobardi, eretici, slavi e chi più ne ha più ne metta. Nel nuovo club dell’italianità col pedigree non c’è posto per la storia reale, ma solo per un bignami identitario scritto male.
Il cortocircuito logico, prima ancora che storico, è servito. Si esalta la romanità ignorandone le basi. I romani, quelli veri, non erano poi così razzisti. O meglio, erano infinitamente più pragmatici e intelligenti di chi oggi ne usurpa l’eredità. Se avessero applicato i filtri identitari che vanno di moda oggi, non avrebbero mai avuto imperatori libici, algerini, siriani, francesi o spagnoli. Nell’antica Roma si poteva nascere in Africa o nelle province asiatiche, eppure diventare cittadini a tutti gli effetti, consoli, senatori e persino guidare l’Impero.
Era esattamente questa formidabile capacità di assimilazione la vera grandezza di quella civiltà. Un abisso cosmico, se confrontata con la miseria intellettuale degli aspiranti satrapi dei giorni nostri.
Ma è sulle barricate burocratiche della cittadinanza che questa retorica raggiunge il suo apice comico. Per concedere il passaporto, i nuovi difensori della patria sognano di alzare l’asticella, pretendendo da chi vuole diventare italiano la certificazione di un livello C1 di lingua italiana. Parliamo di un livello avanzato: padronanza quasi accademica, lessico forbito, comprensione di testi complessi e sintassi impeccabile.
C’è solo un piccolo, tragico dettaglio che sfugge ai nostri fieri patrioti: se domani mattina sottoponessimo gli italiani di nascita – quelli da sette generazioni – a un vero test linguistico, il 90% di loro supererebbe a malapena e sudando freddo un livello B1. Siamo un popolo che inciampa sui congiuntivi, che usa il “piuttosto che” come una congiunzione disgiuntiva, che scambia “gli” per “le”, e che litiga quotidianamente con la grammatica di base sui social network. Eppure, con una faccia di bronzo degna di una statua equestre, pretendiamo la laurea in glottologia da chi vive e lavora nel nostro Paese.
Invochiamo Giulio Cesare e la purezza della stirpe ma, alla prova dei fatti, fatichiamo a comprendere il libretto d’istruzioni della lavatrice. C’è da chiedersi, in fondo, se per essere “veri italiani” oggi il requisito non sia conoscere la storia, ma semplicemente ignorarla con sufficiente arroganza.
Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”



