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LA GRANDE SETE E L’INCREDIBILE CASO DEL SINDACO DI RAVANUSA…

La grande sete che sta prosciugando la nostra terra non è più soltanto un’emergenza climatica: è diventata il tribunale spietato in cui si misura il vero volto delle istituzioni e il coraggio di chi le rappresenta. Di fronte al dramma di una comunità che lotta per i livelli minimi di igiene e dignità, ci troviamo oggi a dover pronunciare un’apologia. Non l’apologia di un colpevole, ma la difesa accorata di un uomo giusto, costretto a subire il paradosso di un sistema che punisce chi agisce per il bene comune.

Il sindaco di Ravanusa, Salvatore Pitrola, è sotto indagine. La sua “colpa”? Aver autorizzato, nel momento più buio e disperato della crisi idrica, l’utilizzo dell’acqua del pozzo comunale di Cianciaramito. Un utilizzo limitato, circoscritto e rigorosamente dichiarato per usi non potabili.

In ogni apologia che si rispetti, occorre guardare in faccia l’accusa per smontarne l’ipocrisia. Che cosa si chiede a un Sindaco, prima linea dello Stato e presidio di civiltà sul territorio? Gli si chiede di restare immobile, con le mani legate dai sigilli della burocrazia, mentre i propri concittadini non hanno l’acqua nemmeno per scaricare i servizi igienici o per pulire le proprie case?

Se la legge astratta perde il contatto con la realtà del dolore e del bisogno, la vera giustizia impone di guardare a un principio superiore: lo stato di necessità. Pitrola non ha sfidato le regole per arroganza, ma ha scelto di farsi carico della disperazione della sua gente. Ha scelto di fare da scudo, assumendosi un rischio in prima persona pur di garantire un sollievo concreto, un minimo di decenza umana a famiglie e anziani abbandonati a se stessi.

È qui che l’accusa si sgretola e si rovescia. Se proteggere la dignità e la salute pubblica in una situazione di emergenza estrema viene considerato un illecito, allora c’è un cortocircuito nel nostro sistema. Riteniamo, al contrario, che la condotta di questo amministratore sia inappuntabile sul piano logico e giuridico, ed encomiabile su quello umano e politico.

Lungi dal meritare lo stigma di un’indagine o l’umiliazione del sequestro di un pozzo vitale, un amministratore che non si volta dall’altra parte meriterebbe un’onorificenza. Avanzare per lui la proposta di un encomio, o suggerire il conferimento del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica, è la logica conseguenza di un’azione che incarna il più alto e nobile senso dello Stato.

Come Italia Viva, non indietreggiamo di un millimetro e facciamo quadrato attorno a lui. A Salvatore Pitrola va la nostra incondizionata solidarietà. La politica ha il dovere di proteggere i propri sindaci, perché lasciare solo chi si assume la responsabilità di decidere significa condannare a morte le nostre comunità. Continueremo a combattere affinché nelle aule e nelle istituzioni prevalga il buon senso: perché le regole e i codici devono servire ad aiutare i cittadini a sopravvivere alla “grande sete”, non a soffocarli sotto il peso della burocrazia.

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Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”

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