Sabato 2 maggio 2026 il governo Meloni, arrivato a 1.288 giorni dal giuramento del 22 ottobre 2022, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana, dietro soltanto al Berlusconi II. In tempi di politica usa-e-getta, un governo che dura fa notizia già per il fatto di non essersi ancora disfatto.
La domanda, trasportata in Sicilia, è inevitabile: dove si colloca Renato Schifani nella graduatoria regionale della durata? E soprattutto: questa durata segnala forza politica, consenso sociale, disciplina di coalizione, debolezza dell’opposizione o, più semplicemente, quella speciale virtù siciliana per cui anche l’immobilità, se resta ferma abbastanza a lungo, finisce per essere scambiata per equilibrio?
Al 4 maggio 2026, assumendo come decorrenza il 13 ottobre 2022, data ufficiale di proclamazione e nomina di Schifani a presidente della Regione Siciliana, la presidenza conta 1.299 giorni. Il governo Meloni, dal 22 ottobre 2022, ne conta invece 1.290. Entrambi, va ricordato, sono governi in fieri: non siamo davanti a durate definitive ma a contatori ancora aperti.
La posizione è politicamente significativa. Schifani è nono assoluto: non ancora nel pantheon dei presidenti lunghissimi dell’autonomia speciale, dominato da Nicolosi, Cuffaro e Restivo, ma già davanti a molti protagonisti di stagioni regionali più rumorose e più presenti nella memoria pubblica.
Il punto, però, non è aritmetico. Schifani dura, ma non sembra governare. Non è un presidente che saturi lo spazio pubblico, imponga una grammatica politica nuova o trasformi la stabilità in racconto. Il suo governo appare più amministrativo che epico, più notarile che fondativo. La barca non corre, ma nemmeno affonda; e in Sicilia, dove il galleggiamento è stato talvolta promosso ad arte navale, questo basta già a produrre durata.
La prima ragione è istituzionale. L’elezione diretta del presidente della Regione ha reso molto più difficile la caduta di un governo regionale. Nella vecchia Sicilia parlamentare il presidente poteva essere logorato e sostituito dentro nuove formule di maggioranza. Nell’assetto attuale, far cadere il presidente significa mettere a rischio l’intera Assemblea regionale. E poiché l’istinto di conservazione dei parlamenti è una delle energie più rinnovabili al mondo, la stabilità trova qui un carburante abbondante.
La seconda ragione è politica. Il centrodestra siciliano è rumoroso, competitivo, attraversato da rivalità personali e territoriali; ma conosce il valore del potere e raramente lo abbandona per amore della coerenza. Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Democrazia Cristiana e autonomisti possono litigare su nomine, deleghe, candidature e assessorati, ma condividono l’interesse essenziale a non aprire una crisi dagli esiti imprevedibili. Il cemento, in questi casi, non è sempre l’ideologia. Più spesso è la distribuzione ordinata della sopravvivenza.
Qui la comparazione con Meloni diventa interessante. A Roma, la longevità convive con un consenso indebolito ma non crollato, con una coalizione ancora gerarchica e con un’opposizione che solo progressivamente ha aumentato la pressione. In Sicilia lo schema è affine, ma meno carismatico: Schifani non ha l’investimento simbolico di Meloni né un rapporto diretto così intenso con l’elettorato.
La sua è una longevità senza entusiasmo: meno Icaro che vola vicino al sole, più Mastro Don Gesualdo che resta seduto controllando che il tempo non rovini i raccolti.
Questo non significa che la durata sia irrilevante. Il problema è che la durata, quando non produce risultati visibili, rischia di diventare solo una forma elegante di permanenza.
La conclusione è dunque simile a quella suggerita dal caso Meloni, ma con correzione siciliana. La longevità è un fatto; il consenso è un’altra cosa; la capacità di governo, un’altra ancora. Schifani può rivendicare una durata ormai significativa e, se la legislatura proseguirà, potrà migliorare ulteriormente la propria posizione nella classifica regionale. Ma la domanda resta aperta: questa durata avrà prodotto una stagione riconoscibile o sarà ricordata come un lungo intervallo amministrativo? Il cronometro registra i giorni, non certifica i risultati.


