Più che una vittoria politica, è una vittoria amministrativa. E proprio per questo pesa di più. La Campania è entrata nel piano di rientro il 13 marzo 2007 e ne è uscita formalmente il 27 marzo 2026: quasi diciannove anni di commissariamento, verifiche, tagli, correzioni, contenziosi e monitoraggi. La Sicilia, invece, è nel piano di rientro dal 31 luglio 2007 e, al 2 aprile 2026, ci sta da diciotto anni e otto mesi e ci rimane. È questo il dato da cui bisogna partire, perché dice una cosa semplice: Napoli ha chiuso una stagione, Palermo no.
Attenzione, però: la Campania non è uscita dal piano perché sia diventata d’un tratto una sanità modello. Non c’è stato alcun miracolo. È uscita perché ha raggiunto, faticosamente e tardivamente, la soglia minima richiesta per tornare alla gestione ordinaria. In sanità pubblica la differenza è decisiva: non serve essere eccellenti, serve essere adempienti. E la Campania, alla fine, lo è diventata.
Il primo passaggio è stato il riequilibrio dei conti. La Regione Campania, nel ricorso contro il diniego ministeriale, ha sostenuto che il proprio servizio sanitario fosse in equilibrio strutturale sin dal 2013. Il TAR, nella sentenza n. 7431/2025, ha dato rilievo proprio a questo punto, osservando che la Regione aveva conseguito e mantenuto l’equilibrio di bilancio e che il vero nodo residuo non era più il disavanzo, ma la piena garanzia dei livelli essenziali di assistenza. In altre parole: i conti, da soli, non bastavano più a tenere chiusa la Campania dentro il piano.
Il secondo passaggio, quello decisivo, riguarda i LEA, oggi letti attraverso il Nuovo sistema di garanzia. Nel 2022 la Campania non aveva ancora completato il percorso: prevenzione e ospedale erano sopra soglia, ma l’assistenza distrettuale restava sotto il limite minimo, ferma a 55,8. Nel monitoraggio 2023, invece, la Regione compare tra quelle che superano quota 60 in tutte e tre le macroaree. I dati diffusi indicano circa 61 punti in prevenzione, 72 nell’area distrettuale e 72 nell’ospedaliera. Il Ministero, nel marzo 2026, ha poi chiarito che questo risultato era stato confermato anche per il 2024. La Campania, dunque, ha fatto ciò che la Sicilia non è ancora riuscita a fare: portare tutto il sistema, non un pezzo del sistema, sopra la soglia di sufficienza.
Ma non basta dire “LEA sopra soglia”, perché la vicenda campana dimostra che esistono anche criticità mirate capaci di bloccare un’intera procedura. Il 4 agosto 2025 il tavolo ministeriale negò l’uscita alla Campania. Il motivo? Non il ritorno del disavanzo, ma il permanere di fragilità specifiche: il mancato raggiungimento delle soglie minime negli screening mammografico e colon-retto e un grave ritardo nella copertura della rete residenziale per anziani, con la Campania ancora fanalino di coda nazionale su quell’indicatore. È un passaggio politicamente istruttivo: lo Stato disse, in sostanza, che i conti erano necessari ma non sufficienti; senza screening e senza rete sociosanitaria adeguata non si esce.
A quel punto la Campania fece ricorso. E qui si apre il capitolo meno raccontato ma forse più importante: la Regione non ha solo migliorato i numeri, ha anche costretto lo Stato a riesaminare formalmente il proprio giudizio. Il TAR Campania, con la sentenza 7431/2025, ha annullato il diniego ministeriale e ha imposto il completamento e la formalizzazione del percorso di fuoriuscita. Quando il 27 marzo 2026 il Ministero della Salute ha accolto la richiesta di uscita, il comunicato è stato netto: nel corso del tavolo di verifica sono stati rilevati, oltre alla sufficienza in tutte e tre le aree del NSG per il 2024, anche miglioramenti significativi negli screening oncologici e nei posti letto RSA. È lì che si è chiusa la partita.
E Palermo? Palermo resta ferma perché la Sicilia non ha ancora completato nessuno dei due passaggi decisivi: né quello prestazionale né quello programmatorio. Sul piano dei risultati, il Ministero nella sintesi ufficiale del monitoraggio LEA 2023 colloca la Sicilia tra le Regioni che non garantiscono pienamente l’assistenza, con due macroaree sotto soglia: prevenzione e distrettuale. È un dato molto pesante, perché fotografa una debolezza non marginale ma sistemica. La Sicilia non è insufficiente su un dettaglio: è insufficiente proprio dove una sanità moderna dovrebbe reggere di più, cioè nella prevenzione e nel territorio.
Questo è il cuore del confronto. La Campania, pur tra mille ritardi, è riuscita a dimostrare di saper garantire il minimo indispensabile in tutte le aree del servizio. La Sicilia no. E questo “no” ha un significato preciso. Vuol dire che il sistema siciliano continua a dipendere troppo dall’ospedale, continua a essere debole nelle attività di prevenzione, continua a non reggere abbastanza sul versante dei servizi territoriali, cioè quelli che dovrebbero prendere in carico cronici, anziani, fragili, pazienti da seguire fuori dal pronto soccorso e fuori dal ricovero. In una parola: la Sicilia non ha ancora costruito la parte più moderna del suo sistema sanitario.
C’è poi il capitolo della governance, che è persino più impietoso. La pagina ministeriale dedicata alla Sicilia dice che è ancora vigente il Programma Operativo 2019-2021, approvato con DA n. 438/2021; aggiunge che il Programma Operativo 2023-2025 è “in via di revisione” e che il 2024-2026 è addirittura “in via di definizione”. È difficile immaginare una fotografia più severa: mentre la Campania porta a casa l’uscita, la Sicilia appare ancora impegnata a inseguire i propri strumenti di governo, come se la macchina programmatoria fosse sempre un passo indietro rispetto alla realtà che dovrebbe governare.
E allora il titolo, per una volta, non è una provocazione: è un referto. Napoli – Palermo 3-0 perché la Campania, senza diventare virtuosa, ha fatto tutto ciò che serviva per uscire: equilibrio economico consolidato, LEA sopra soglia in tutte le macroaree, correzione delle criticità su screening e RSA, riconoscimento finale del tavolo ministeriale. La Sicilia, invece, dopo diciotto anni e otto mesi di piano di rientro, è ancora sotto soglia in prevenzione e distretto e continua a muoversi dentro una programmazione che il Ministero stesso descrive come incompleta o non aggiornata. Napoli non ha vinto con il bel gioco. Ha vinto ai punti, con gli adempimenti. Palermo, per ora, resta sotto di TRE gol.


