Quando Polifemo chiese a Ulisse il suo nome, l’eroe rispose “Nessuno”. Oggi, di fronte alle grandi domande della geopolitica, la Sicilia ripercorre la stessa esperienza: contare senza essere chiamata per nome al tavolo delle decisioni. Ci sono momenti nella storia in cui il mondo sembra restringersi improvvisamente, non perché le distanze diminuiscano ma perché gli eventi che accadono lontano cominciano a produrre conseguenze molto vicine. È una sensazione che negli ultimi anni è tornata con insistenza: guerre che si riaccendono, potenze che tornano a parlarsi con il linguaggio della logica bipolare, rotte energetiche e commerciali che diventano improvvisamente questioni strategiche.
Tutto questo produce una domanda che, in Sicilia, si presenta con una certa regolarità: cosa c’entriamo noi con queste grandi transizioni d’epoca? La risposta più sincera è che c’entriamo, ma non nel modo in cui spesso si immagina. La Sicilia non è un centro del potere internazionale, e probabilmente non lo sarà mai. Non prende decisioni strategiche, non muove alleanze, non definisce gli equilibri tra grandi potenze. Ma non è neppure un luogo marginale, un’isola nel senso metaforico oltre che geografico. È qualcosa di più ambiguo e più tipico della storia mediterranea: una periferia strategica.
Le periferie strategiche hanno una caratteristica precisa. Non decidono le partite, ma sono i luoghi dove quelle partite si riflettono. Sono gli spazi dove passano le linee di forza del sistema internazionale, spesso senza che le popolazioni locali possano influire davvero sul modo in cui quelle linee vengono tracciate. Per chi le abita, questa condizione produce una forma specifica di realismo storico: la consapevolezza che il mondo cambia spesso senza chiedere il permesso.
La Sicilia è una di queste periferie da almeno tremila anni. È stata attraversata da imperi, commerci, guerre, dominazioni, migrazioni. Fenici, greci, romani, arabi, normanni, spagnoli, francesi, inglesi: l’elenco dei popoli che hanno considerato l’isola un punto strategico è quasi una sintesi della storia mediterranea. La ragione non è culturale né simbolica, ma essenzialmente geografica: la Sicilia è nel posto giusto. Guardare una carta del Mediterraneo con un minimo di attenzione basta a capirlo. L’isola si trova nel punto in cui l’Europa meridionale guarda verso il Nord Africa e verso il Medio Oriente, cerniera naturale nel centro del bacino. Chi controlla questo spazio ha una visuale privilegiata su rotte commerciali, energetiche e militari che collegano l’Atlantico al Canale di Suez. Nella geografia del potere, la posizione è già di per sé un fattore strategico.
Questa condizione, nella storia contemporanea, non è cambiata nella sostanza, ma è cambiato profondamente il modo in cui viene utilizzata. Non siamo più nell’epoca delle flotte che si affrontano davanti ai porti o degli sbarchi anfibi su larga scala. Il potere militare moderno è fatto di reti, infrastrutture, sistemi di comunicazione e logistica. E dentro queste reti la Sicilia occupa un posto piuttosto rilevante. L’isola ospita infrastrutture che fanno parte dell’architettura militare occidentale nel Mediterraneo: la base di Sigonella è uno snodo operativo fondamentale per gli Stati Uniti e la NATO, da cui partono missioni di sorveglianza con droni MQ-9 Reaper e operazioni di supporto aereo che hanno coperto teatri come la Libia, la Siria e il Sahel; Augusta è un porto militare che guarda verso le rotte del Mediterraneo centrale, punto di riferimento per le flotte alleate; a Niscemi, una stazione del sistema MUOS (Mobile User Objective System) collega reti militari su scala globale. Non è necessario mitologizzare questi luoghi per riconoscere un fatto semplice: la Sicilia è integrata in una rete strategica più ampia, e lo è in profondità.
Questo non è un fenomeno recente. Durante la Guerra Fredda, la Sicilia incarnava già una delle contraddizioni più singolari della politica europea. Era una vera e propria “portaerei naturale” nel Mediterraneo: la sua posizione geografica la rendeva perno irrinunciabile del sistema di difesa occidentale contro il Patto di Varsavia, costellata di basi militari americane e NATO. Eppure, era anche la regione italiana con la presenza più radicata del Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente. Il paradosso era totale: il territorio più integrato nell’architettura difensiva atlantica ospitava contemporaneamente la più forte tensione politica potenzialmente antagonista a quell’architettura.
Quella contraddizione non esplose mai. Ma lasciò un’eredità profonda nella cultura politica siciliana. Contribuì a formare quello che si potrebbe definire un disincanto strutturale: la distanza tra la velocità con cui la politica internazionale trasformava l’isola in pedina strategica e la lentezza con cui la società locale viveva le conseguenze di quelle trasformazioni. Le basi arrivarono, le rotte energetiche passarono, le decisioni si presero altrove. La popolazione siciliana imparò a convivere con questa condizione non come scelta ideologica, ma come adattamento pragmatico a una realtà che non controllava.
Questa forma di realismo storico è ancora oggi visibile. Non come indifferenza verso il mondo — come spesso si dice con una certa superficialità — ma come consapevolezza sedimentata di essere sulla scena senza avere un copione in mano. È una posizione scomoda ma anche, paradossalmente, lucida: chi vive in una periferia strategica sviluppa un’acutezza particolare nell’osservare i movimenti del sistema internazionale, proprio perché ne subisce le conseguenze senza poterne orientare la direzione.
Il punto più realistico, guardando alla posizione della Sicilia nel sistema internazionale, non riguarda tanto il rischio di essere coinvolti direttamente in un conflitto. Perché l’isola diventi un teatro di guerra servirebbe uno scenario estremamente radicale. Il punto riguarda piuttosto le conseguenze indirette delle tensioni globali: essere parte della scena senza essere protagonisti. Queste conseguenze sono spesso più sottili delle minacce militari. Non arrivano con il rumore delle armi ma con il peso delle trasformazioni economiche e sociali.
Uno degli elementi più importanti è l’energia. Il bacino mediterraneo è attraversato da rotte energetiche cruciali e circondato da regioni che producono o transitano una parte significativa del petrolio e del gas mondiale. Il gasdotto Transmed, già intitolato a Enrico Mattei, parte dall’Algeria, attraversa la Tunisia e approda in Sicilia a Mazara del Vallo, trasportando verso l’Europa milioni di metri cubi di gas. È un’infrastruttura strategica, resa ancora più vitale dopo la crisi ucraina e la necessità europea di diversificare le fonti di approvvigionamento. La Sicilia, in questo quadro, è il punto di ingresso di una delle principali vie energetiche del continente.
Le crisi che si verificano nel Medio Oriente o nel Nord Africa non restano confinate dentro quei confini. Si propagano lungo la catena delle forniture energetiche e arrivano fino alle economie europee. Per un territorio come la Sicilia questo significa vivere in una posizione esposta alle oscillazioni del sistema globale. Quando l’energia diventa più costosa o più instabile, l’effetto non è immediatamente politico o militare: è quotidiano. Riguarda i costi dei trasporti, il prezzo dei beni alimentari, la competitività delle imprese locali. Le grandi tensioni geopolitiche spesso si traducono, alla fine della catena, in una realtà molto concreta: un’economia che diventa più fragile.
C’è poi un’altra dimensione del Mediterraneo che riguarda direttamente la Sicilia: quella dei movimenti umani. L’isola è uno dei principali punti di contatto tra l’Europa e il continente africano, in particolare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, quella che dalle coste di Libia e Tunisia porta verso Lampedusa e la Sicilia. Questa non è una questione ideologica ma geografica. Quando nelle regioni della sponda sud si verificano crisi politiche, economiche o climatiche, le rotte migratorie si intensificano inevitabilmente. L’instabilità nel Sahel, il collasso dello stato libico, le tensioni in Tunisia non sono eventi lontani: sono fattori che producono effetti diretti sulle coste siciliane.
La Sicilia non è la causa di questi fenomeni, ma è uno dei luoghi dove diventano visibili. Anche qui si ripete la logica della periferia strategica: le decisioni si prendono altrove — negli accordi tra Italia, Unione Europea e paesi di partenza — ma le conseguenze arrivano qui. È un meccanismo che si è manifestato con particolare intensità negli ultimi anni, con le politiche europee su accoglienza, rimpatri e accordi con i paesi di transito che hanno ridisegnato più volte il perimetro delle responsabilità, senza tuttavia spostare il dato geografico di fondo: la Sicilia rimane il confine meridionale dell’Europa, con tutto ciò che questo comporta in termini di pressioni sociali, costi istituzionali e tensioni politiche.
Questa posizione produce una condizione particolare nella società siciliana: da un lato l’isola è profondamente connessa alle dinamiche globali, dall’altro conserva una distanza culturale e politica dalle strutture di potere che governano quelle dinamiche. È una forma di partecipazione passiva — coinvolti senza essere realmente influenti — che il disincanto storico maturato durante la Guerra Fredda ha reso quasi una cifra identitaria.
Negli ultimi anni si è aggiunto un elemento nuovo a questo quadro, destinato a diventare sempre più determinante: il cambiamento climatico sta trasformando il Mediterraneo in uno dei punti più vulnerabili del pianeta. Secondo i principali rapporti scientifici internazionali, la regione mediterranea si scalda a una velocità circa il 20% superiore alla media globale. Le conseguenze già visibili sono siccità più frequenti, eventi meteorologici estremi, erosione costiera e fragilità idrogeologica. In Sicilia, queste trasformazioni si manifestano con piena evidenza: la disponibilità idrica per uso agricolo si riduce sistematicamente, i fenomeni alluvionali si intensificano in frequenza e intensità, e intere filiere produttive — dalla vite agli agrumi — devono confrontarsi con condizioni sempre meno prevedibili.
La questione, tuttavia, non riguarda solo le trasformazioni fisiche dell’ambiente. Il cambiamento climatico interagisce con la geopolitica in modi che colpiscono la Sicilia attraverso canali indiretti ma potenti. Lo stress idrico e alimentare nel Nord Africa — aggravato dal riscaldamento globale in una regione già strutturalmente fragile — agisce come moltiplicatore di conflitti. Indebolisce stati già precari come la Tunisia o il Mali, alimenta instabilità, produce nuove ondate migratorie. La Sicilia si trova così all’intersezione di due crisi distinte ma interconnesse: quella climatica, che vive in prima persona sul proprio territorio, e quella geopolitica indotta dal clima, di cui è porta d’ingresso come punto di arrivo delle sue conseguenze umane.
Questa doppia esposizione è probabilmente la sfida più sottovalutata nel dibattito pubblico sull’isola. Mentre la geopolitica tradizionale — basi militari, rotte energetiche, alleanze — produce effetti visibili e relativamente misurabili, la crisi climatica agisce su scale temporali più lunghe e produce danni che si accumulano lentamente, rendendo più difficile attribuire cause e responsabilità. Il rischio è che l’adattamento avvenga sempre in ritardo rispetto all’evoluzione dei fenomeni.
In questo quadro, un attore spesso assente dal dibattito siciliano sulla geopolitica merita maggiore attenzione: l’Unione Europea. Le grandi decisioni che plasmano la condizione siciliana — le politiche migratorie, la diversificazione energetica dopo la crisi ucraina, i fondi per la transizione climatica, i trattati commerciali con i paesi del Mediterraneo meridionale — sono in larghissima parte definite a Bruxelles. L’UE non è solo un quadro normativo: è l’architettura entro cui si giocano le partite che interessano direttamente l’isola. Eppure, il dibattito pubblico siciliano tende a trattare l’Europa come uno sfondo, piuttosto che come un’arena in cui esercitare pressione politica.
Questa lacuna ha conseguenze pratiche. Significa non presidiare i tavoli dove si decide la distribuzione dei fondi per la resilienza climatica; significa non influenzare le politiche di partenariato con i paesi nordafricani che determinano le rotte migratorie; significa lasciare ad altri la definizione degli standard infrastrutturali che regolano anche i gasdotti e i cavi che passano per le acque siciliane. La periferia strategica che non partecipa attivamente alle istituzioni che governano il sistema di cui fa parte è destinata a subire le decisioni altrui più del necessario.
Eppure proprio qui si apre uno spiraglio diverso da quelli tradizionalmente immaginati. Progetti come l’elettrodotto sottomarino Elmed, che collegherà i sistemi energetici di Italia e Tunisia, rappresentano un tentativo concreto di trasformare la posizione geografica in una nuova forma di centralità: non più solo militare o subita, ma infrastrutturale e cooperativa. La Sicilia come hub di energie rinnovabili, come piattaforma di connessione tra le due sponde del Mediterraneo. Sarebbe una scommessa ambiziosa, ma mostrerebbe che una periferia strategica può provare a scrivere qualche riga del proprio copione — a condizione di avere la lucidità politica per farlo e la capacità di interloquire con Bruxelles e Roma in modo proattivo, non solo reattivo.
Il Mediterraneo del XXI secolo si presenta come uno spazio di crescente instabilità — politica, climatica, demografica. Le regioni della sponda sud sono tra quelle più esposte agli effetti del riscaldamento globale, e questo amplifica le pressioni migratorie, economiche e sociali già in atto.
In questo scenario la Sicilia rimarrebbe quello che è sempre stata: un punto di contatto tra mondi diversi, un luogo dove le grandi correnti della storia si incontrano. Ma a differenza del passato, oggi esistono strumenti istituzionali, tecnologie e reti di cooperazione che rendono possibile trasformare quella posizione da condizione subita a risorsa attivamente gestita.
La scommessa dei prossimi anni per i siciliani — come primo passo per smettere di dirsi Nessuno come Ulisse — sarà comprendere che il futuro dell’isola non dipende solo da ciò che accade dentro i suoi confini, ma anche da ciò che succede molto lontano da essi. E che capire la direzione di quelle onde, imparare a costruire argini non solo per difendersi ma per decidere quale forma dare alla propria terra, è la sfida che trasforma una periferia strategica in una comunità consapevole del proprio destino.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


