Mentre la Presidente del Consiglio italiana evitava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Presidente francese Emmanuel Macron saliva sul palco più esposto del pianeta per pronunciare uno dei discorsi più duri e memorabili degli ultimi anni. La scena è diventata il simbolo di una frattura politica e culturale che non si può ignorare.
Macron ha demolito pubblicamente la narrazione trionfalistica di Donald Trump sul suo “Board of Peace”, accusandolo di aver lasciato che la tragedia di Gaza si consumasse senza alcun intervento reale. Ha ricordato che diverse decine di Stati avevano riconosciuto la Palestina e che quel riconoscimento rischia di diventare carta straccia se la comunità internazionale resta immobile davanti alla devastazione quotidiana. Ha denunciato la retorica di una “pace” che non ha aperto nemmeno un corridoio umanitario, una pace che non ha fermato le violazioni in Cisgiordania, una pace che non ha impedito la demolizione sistematica dei diritti palestinesi.
Con grande precisione ha smontato la giustificazione più abusata: Hamas non è mai stato un attore significativo in Cisgiordania. Le violazioni quotidiane non hanno nulla a che vedere con la lotta al terrorismo, ma con la negazione progressiva del diritto di un popolo a esistere. Macron ha ribadito che la sicurezza di Israele non può essere costruita sulla cancellazione dei palestinesi. Chi sostiene il contrario indebolisce proprio ciò che pretende di difendere.
In quel momento, davanti al mondo, Macron ha fatto ciò che la diplomazia europea non osa più fare: ha contestato apertamente il Presidente degli Stati Uniti, gli ha ricordato il suo silenzio di fronte ai crimini commessi a Gaza, ha smentito la sua narrazione autocelebrativa senza formule ambigue o compromessi di comodo.
E l’Italia? La Presidente del Consiglio non era a New York. Aveva delegato Antonio Tajani a rappresentare il Paese all’Assemblea generale dell’ONU. Nelle stesse ore si trovava a Roma, impegnata nella registrazione della puntata di Porta a Porta con Bruno Vespa, e poi a Milano, dove ha partecipato alla Fashion Week, presenza confermata dagli organizzatori e ampiamente documentata dai media. Mentre si discuteva della crisi internazionale più grave del momento, l’Italia era guidata da una Presidente che aveva scelto di non essere presente nel luogo dove si decidevano le linee della diplomazia globale.
La differenza tra chi affronta Trump a viso aperto e chi si limita a compiacerlo non è solo politica: è una questione di dignità nazionale. Non si tratta di idolatrare Macron né di assolvere la Francia da responsabilità storiche. Si tratta di riconoscere che, nel momento in cui la comunità internazionale è chiamata a prendere posizione su una tragedia umanitaria, c’è chi parla con la forza della politica e chi preferisce la comodità dell’intrattenimento.
Ed è questa distanza, questa sproporzione tra la postura francese e quella italiana, che alimenta un sentimento sempre più diffuso: la vergogna di appartenere a un Paese che abdica al proprio ruolo, che rinuncia alla propria voce, che si accontenta di essere spettatore mentre altri decidono il corso degli eventi.
In un’epoca in cui la credibilità internazionale si misura sulla capacità di dire la verità nei luoghi dove conta, l’Italia sceglie di non esserci. La Francia, almeno per un giorno, ha scelto di esserci fino in fondo.
Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, giuridici, giornalistici, sociologici e musicali.
Ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI. Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE, La Giustizia, PensaLibero.it, Quotidiano dei Contribuenti.
Vive e lavora in Sicilia.



