L’avanzata delle destre populiste e radicali non è ormai più una curiosità elettorale destinata a consumarsi con la protesta di una stagione. In Germania l’AfD, dopo avere raddoppiato i propri voti alle elezioni federali del 2025, ha appena vinto nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore con oltre il 38 per cento, poche settimane dopo un’altra affermazione clamorosa in Sassonia-Anhalt; in Austria l’FPÖ era già arrivato primo alle politiche del 2024 con il 28,8 per cento, mentre in Portogallo Chega, nato soltanto pochi anni fa, è diventato nel 2025 la principale forza di opposizione. Paesi diversi, sistemi politici diversi, storie che non si possono sovrapporre, ma una tendenza abbastanza evidente da meritare qualcosa di più serio dell’alternanza fra allarme democratico, indignazione morale e speranza che prima o poi il fenomeno si sgonfi da solo.
Una parte di quel consenso nasce certamente da questioni identitarie, dall’immigrazione, dalla paura della perdita di status, dalla capacità delle destre di utilizzare con grande efficacia i social e di ridurre problemi complessi a messaggi elementari, ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui, soprattutto per chi si riconosce nella sinistra e più in generale nell’area progressista. Nelle società occidentali si è allargata una zona di insoddisfazione che attraversa i ceti popolari, i lavoratori impoveriti, pezzi di piccola borghesia che temono di scendere di livello, periferie urbane, province lontane dai grandi centri, persone con livelli di istruzione più bassi e cittadini che da anni hanno smesso di credere che la politica possa modificare davvero le loro condizioni di vita. Dentro questa area le destre trovano oggi ascolto con una facilità che dovrebbe preoccupare molto più delle loro parole d’ordine.
Riconoscere che esiste una relazione fra condizioni sociali, istruzione, territorio e comportamento elettorale non contiene alcun giudizio di valore sulle persone e non dovrebbe richiedere cautele linguistiche esasperate per evitare l’accusa di classismo. La politica nasce proprio dalla constatazione che gli individui non partono tutti dallo stesso punto e non dispongono degli stessi strumenti, che crescere in una famiglia economicamente solida o in una famiglia che vive nell’incertezza produce opportunità differenti, così come frequentare scuole di qualità diversa, vivere in una grande città ricca di servizi oppure in una periferia o in un piccolo centro, avere accesso a reti di relazioni, informazione, cultura e protezione sociale oppure esserne quasi completamente esclusi.
Per la sinistra, che su questa lettura della società ha costruito gran parte della propria storia, dovrebbe essere perfino naturale osservare dove si concentrano oggi il disagio e il risentimento, quali gruppi sociali si sentono meno protetti, quali territori percepiscono maggiormente l’abbandono e dove cresce l’astensione, senza trasformare ogni dato scomodo in un problema di comunicazione. Le statistiche descrivono tendenze, non distribuiscono patenti di intelligenza, e nessuno che abbia un minimo di serietà può pensare che tutti i poveri votino a destra, tutti i laureati a sinistra o tutti gli abitanti delle periferie reagiscano nello stesso modo; proprio per questo, però, le tendenze vanno lette, perché la loro persistenza dice qualcosa di importante sul rapporto fra rappresentanza politica e società.
La domanda che dovrebbe occupare una parte molto maggiore della discussione nel centrosinistra riguarda allora il progressivo allontanamento di settori che per decenni ne avevano costituito un riferimento quasi naturale. La sinistra mantiene una presenza forte nei grandi centri urbani, tra i ceti più istruiti, nelle professioni, nell’università, nel mondo della cultura e in una parte consistente della pubblica amministrazione, mentre incontra difficoltà crescenti proprio tra molti lavoratori con redditi bassi, nelle periferie, nei piccoli comuni e tra le famiglie che vivono una condizione di insicurezza economica continua, spesso senza essere povere secondo le classificazioni statistiche e tuttavia con la sensazione molto concreta che una malattia, una rata del mutuo, la perdita di un lavoro o l’aumento di una spesa essenziale possano cambiare rapidamente il loro equilibrio.
In Italia questo problema si intreccia con un dato ancora più rilevante, perché prima ancora dello spostamento di una parte dell’elettorato verso destra c’è una quantità enorme di cittadini che non sceglie più nessuno. L’astensione è diventata una componente strutturale delle nostre elezioni e dentro quella rinuncia convivono disinteresse, protesta, sfiducia, stanchezza, delusioni accumulate e la convinzione, forse la più grave di tutte, che cambiare governo o maggioranza produca conseguenze sempre più modeste sulla vita reale. Quando una quota così ampia dell’elettorato resta a casa, discutere soltanto di come spostare qualche punto percentuale fra partiti già esistenti significa guardare una parte sempre più piccola del problema.
È qui che il cosiddetto campo largo dovrebbe trovare la propria ragione politica, se vuole essere qualcosa di più di una formula necessaria per mettere insieme, al momento delle elezioni, partiti che da soli non hanno i numeri per competere. La discussione sulle alleanze è inevitabile, così come lo sono le mediazioni tra culture politiche, leadership e programmi differenti, ma il risultato finale non può esaurirsi nella somma dei consensi che PD, Movimento 5 Stelle, forze centriste, sinistra e ambientalisti possiedono già. Anche la coalizione più larga resta minoritaria se si limita a organizzare meglio il proprio perimetro mentre fuori da quel perimetro continua a crescere il numero di persone che non si riconoscono in nessuno, decidono il voto negli ultimi giorni, cambiano partito con grande facilità oppure rinunciano del tutto a partecipare.
Il terreno decisivo è costituito proprio dagli indecisi e dagli insoddisfatti, compresi quelli che in passato hanno votato a sinistra e oggi votano a destra, quelli che hanno provato il Movimento 5 Stelle e poi se ne sono allontanati, quelli che continuano a scegliere un partito soltanto perché considerano peggiore l’alternativa e soprattutto quelli che non votano più. Sono elettori molto diversi tra loro e sarebbe ingenuo immaginare di conquistarli con un unico messaggio, ma hanno spesso in comune una domanda di concretezza che la politica ha imparato a eludere con straordinaria abilità: vogliono capire che cosa cambierà nella loro vita, non come verranno distribuiti i posti all’interno della prossima coalizione.
Il campo largo dovrebbe quindi misurare la propria credibilità sui salari che non tengono il passo con il costo della vita, sulla sanità pubblica che in troppe regioni obbliga chi può a pagare e chi non può ad aspettare, sulla scuola che continua a riprodurre diseguaglianze territoriali enormi, sull’accesso alla casa, sulla precarietà del lavoro, sul futuro dei giovani, sui trasporti, sui servizi nei piccoli comuni e nelle aree interne, sulla possibilità concreta per una famiglia normale di affrontare una spesa imprevista senza entrare in difficoltà. Sono temi che non hanno bisogno di essere tradotti in un linguaggio artificiosamente popolare, perché richiedono soprattutto proposte comprensibili, priorità riconoscibili e la capacità di mantenere nel tempo qualche promessa.
Anche la questione dei diritti civili, spesso utilizzata per spiegare la distanza tra sinistra e ceti popolari, meriterebbe di essere liberata da una contrapposizione diventata ormai rituale. Una forza progressista non perde contatto con i lavoratori perché difende una minoranza o combatte una discriminazione; lo perde quando non riesce più a far percepire con la stessa chiarezza la propria presenza sui problemi economici e sociali che determinano la vita quotidiana. I diritti possono convivere benissimo nello stesso programma politico, e semmai la difficoltà sta nel restituire una gerarchia visibile alle emergenze, nel parlare a persone che chiedono protezione senza trattarle come arretrate e nel ricordare che la sicurezza sociale rimane una delle più potenti forme di libertà individuale.
Quanto alla destra, il suo successo nelle fasce meno istruite o più esposte all’insicurezza non costituisce una colpa degli elettori e neppure una spiegazione sufficiente del fenomeno; dovrebbe però indurre a riflettere sul tipo di comunicazione che produce consenso quando la complessità viene continuamente compressa, quando ogni problema trova un responsabile immediatamente riconoscibile e quando l’informazione politica si consuma in frammenti sempre più brevi, costruiti per suscitare una reazione prima ancora di favorire una comprensione. Una democrazia nella quale crescono le differenze nell’accesso agli strumenti culturali e informativi diventa inevitabilmente più esposta alla manipolazione, e ridurre quelle differenze dovrebbe essere interesse di tutti, non un argomento da usare contro l’avversario.
Per chi vuole costruire un’alternativa alla destra il problema resta comunque eminentemente politico e non può essere delegato né ai sociologi né agli esperti di comunicazione. Serve tornare nei luoghi nei quali il centrosinistra ha smesso di essere percepito come una presenza naturale, ascoltare anche opinioni sgradevoli senza considerarle automaticamente il prodotto di ignoranza o propaganda, distinguere le paure reali da quelle alimentate ad arte e soprattutto dare risposte che possano essere verificate nella vita quotidiana. È un lavoro lungo, poco spettacolare e incompatibile con l’idea che basti una buona campagna elettorale per recuperare in poche settimane un rapporto sociale consumato nel corso di anni.
Se il campo largo riuscirà a fare questo, la sua ampiezza non verrà misurata dal numero delle sigle presenti sul manifesto elettorale, ma dalla quantità di persone che riuscirà a riportare dentro una scelta politica dopo averle perdute o lasciate andare. È quello il vero spazio nel quale si decide una maggioranza, perché gli elettori più fedeli dei diversi schieramenti sono già largamente collocati, mentre resta enorme l’area di chi è disponibile a cambiare, di chi non si sente rappresentato, di chi vorrebbe ancora credere che votare serva a qualcosa e aspetta una ragione sufficientemente concreta per farlo. Recuperare indecisi e insoddisfatti non è un’appendice della strategia elettorale del centrosinistra: è probabilmente la sua condizione essenziale per tornare a essere competitivo e, soprattutto, per tornare a rappresentare una parte di società che oggi parla sempre meno con la politica e sempre più spesso contro di essa.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


