back to top
HomeAnalisiFONDI ALLE UNIVERSITA': FORSE BABBO NATALE SI E' CONFUSO PER IL CALDO

FONDI ALLE UNIVERSITA’: FORSE BABBO NATALE SI E’ CONFUSO PER IL CALDO

È agosto, fa caldo, ma al Ministero dell’Università dev’essere già Natale. Anna Maria Bernini ha aperto il sacco dei regali e ha annunciato con soddisfazione il nuovo Fondo di finanziamento ordinario delle università: 9,415 miliardi di euro, ben 25,6 milioni in più rispetto al 2025, addirittura +26% rispetto al 2019. E, meraviglia delle meraviglie, «nessun ateneo registra riduzioni».

Venticinque milioni e seicento mila euro in più su nove miliardi e quattrocento milioni fanno circa lo 0,27 per cento. Certamente non è una svolta epocale, nè una pioggia di denaro sulla istruzione superiore e sulla ricerca italiane. Sembra piuttosto una variazione che in un bilancio di quelle dimensioni assomiglia alle monetine dimenticata nelle tasche dei pantaloni.

Ma il bello arriva quando, invece del comunicato stampa, si legge il decreto. Lo stanziamento iscritto sul capitolo 1694 è effettivamente di 9.414.911.950 euro. Peccato che 49.348.985 euro debbano essere riversati all’entrata del bilancio dello Stato, con il risultato che le risorse effettivamente disponibili per le assegnazioni diventano 9.365.562.965 euro. E infatti il Consiglio Universitario Nazionale, mostrando un entusiasmo decisamente inferiore a quello della ministra Bernini, osserva che rispetto ai 9.367.662.950 euro del 2025 il finanziamento netto effettivamente ripartibile è sostanzialmente stabile. Il Consiglio Nazionale degli Studenti è ancora meno diplomatico: parla di stagnazione e rileva che l’incremento lordo viene sostanzialmente mangiato dai circa 49 milioni restituiti all’erario. Insomma, più che un aumento, siamo alla moltiplicazione dei comunicati stampa.

Poi c’è il capolavoro del +26% rispetto al 2019. Qui bisogna riconoscere che l’aritmetica ministeriale non è sbagliata: nel 2019 il FFO era circa 7,45 miliardi, quindi arrivare nominalmente a 9,415 miliardi significa effettivamente circa il 26% in più. È il modo in cui si pone il confronto a essere economicamente assai furbo, ai limiti della circonvenzione. Paragonare gli euro del 2019 con quelli del 2026 senza depurarli dall’inflazione è come vantarsi che oggi lo stipendio è più alto di sette anni fa dimenticandosi di dire quanto costano nel frattempo il cibo, l’energia e tutto il resto. Solo nel luglio 2026 l’Istat registra un’inflazione annua del 2,8% e un’inflazione acquisita per l’intero 2026 del 2,7%, dopo gli anni della grande fiammata inflazionistica. Dunque quel +26% è un aumento nominale, non la misura dell’aumento reale delle risorse a disposizione dell’università italiana. Presentarlo senza questa precisazione è un magnifico numero da titolo di giornale; molto meno magnifico come indicatore di politica universitaria.

E veniamo all’altra frase trionfale: «nessun ateneo registra riduzioni». É un capolavoro di mistificazione: il decreto stabilisce espressamente che, per garantire la sostenibilità dei bilanci, le variazioni delle assegnazioni rispetto al 2025 debbano essere contenute tra lo 0% e il +5%. Insomma, è come una gara nella quale il regolamento stabilisce a priori che nessuno può andare sotto zero, dopodiché l’organizzatore sale sul podio per annunciare soddisfatto: «Signore e signori, nessuno ha perso!».

Se guardiamo alla Sicilia, che secondo i titoli della stampa giornale sarebbe addirittura «premiata dal ministero», Palermo, Catania e Messina ricevono complessivamente circa 556,3 milioni, contro circa 553,2 milioni del 2025: l’aumento è di appena 3,08 milioni, cioè circa lo 0,56%. Catania cresce dell’1,33%, Messina resta sostanzialmente ferma e Palermo aumenta dello 0,31%. Nello stesso quadro di riparto, il complesso degli atenei passa invece da 8,242 a 8,324 miliardi, cioè circa +0,99%. Traduzione: la Sicilia cresce poco più della metà della media del sistema. Se questo significa essere «premiati», forse al Ministero hanno modificato non soltanto il FFO ma anche il vocabolario della lingua italiana.

E Palermo merita un capitolo a parte. UniPa passa da 223.264.006 a 223.945.290 euro. Sono 681.284 euro in più, pari allo 0,31%. Non un regresso dell’ateneo, ma nemmeno quella consacrazione finanziaria che traspare dalle dichiarazioni celebrative. Con un’inflazione acquisita nazionale del 2,7%, trasformare uno 0,31% nominale in una marcia trionfale richiede più immaginazione che contabilità. C’è un altro particolare interessante. Palermo pesa per circa il 2,82% nella quota base, mentre nella quota premiale scende al 2,54%, con 64,4 milioni assegnati. Insomma: il «premio» non sembra precisamente certificare una performance relativa superiore al peso ordinario dell’ateneo. Dire che arrivano risorse è corretto, ma trasformare +0,31% in una prova del valore strategico di Palermo e in una nuova primavera dell’università siciliana è un’altra faccenda.

Alla fine, Babbo Natale deve essersi davvero confuso per il caldo. È arrivato ad agosto, ha lasciato sotto l’albero un pacco enorme con scritto «9,4 MILIARDI – UNIVERSITÀ PREMIATE», Bernini si è fatta fotografare accanto al fiocco e qualche rettore ha già ringraziato commosso. Poi abbiamo aperto la scatola e levato l’imbottitura. Dentro, per Palermo, c’erano 681 mila euro in più su 223 milioni. E in fondo al pacco, ben piegato, c’era soprattutto il comunicato stampa.

ANTONIO CRAXI'
post

Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

Correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

I più letti

spot_img

Ultimi Commenti

Mario Mancuso SU VANNACCI, ORA BASTA.
Fabrizio Micari SU HA FALLITO, PRESIDENTE
Damiano Frittitta SU HA FALLITO, PRESIDENTE
Giandomenico Lo Pizzo SU HA FALLITO, PRESIDENTE