Quando qualcuno muore mentre è nelle mani dello Stato, la prima domandache dobbiamo porci non può essere se fosse simpatico, regolare, irregolare, pericoloso o molesto. La domanda è una sola: lo Stato ha fatto tutto ciò chedoveva per impedirne la morte? Vale negli Stati Uniti per le persone morte durante operazioni dell’ICE o nei centri di detenzione. Vale a Bologna per l’uomo deceduto durante una procedura di fermo. Le circostanze non sono identiche, ma il principio è lo stesso: chi esercita la forza pubblica deve sempre risponderedell’uso che ne fa, senza zone franche nè assoluzioni preventive.
Negli Stati Uniti la durezza contro l’immigrazione è diventata uno strumentoprimario di comunicazione politica. Le immagini delle retate e delle deportazioni servono a trasmettere l’idea di uno Stato forte. È una strategia che paga consenso, ma che aumenta inevitabilmente il rischio di trasformare le persone in simboli anziché in titolari di diritti. Ogni morte deve essere accertata senza sconti, perché la forza pubblica non può mai essere sottratta al controllo democratico.
A Bologna il contesto è diverso e sarebbe scorretto sostenere che esista unapolitica sistematica assimilabile a quella americana, anche se emergono semprepiù spesso da parte di esponenti del governo chiare tendenze a questa deriva.Ma sarebbe altrettanto sbagliato rifugiarsi dietro questa differenza per evitare le domande essenziali. Una persona è entrata viva in una procedura di fermo ed è morta, dunque lo Stato ha il dovere di spiegare perché.
Ed è qui che emerge un’altra differenza, tutta italiana. Segmenti sempre piùampi della destra sembrano incapaci di attendere gli accertamenti quandol’indagato è un cittadino qualsiasi, ma invoca prudenza assoluta quando sotto esame finiscono appartenenti agli apparati dello Stato. È un garantismo a geometria variabile: rigoroso con i deboli, indulgente con il potere.
Allo stesso tempo, anche una parte della sinistra sbaglia quando trasforma automaticamente ogni tragedia umana in una prova definitiva contro le forze dell’ordine. La credibilità dello Stato di diritto si fonda sui fatti, non sulle appartenenze ideologiche.
La vera discriminante non è essere di destra o di sinistra, ma piuttosto di decidere se lo Stato debba essere controllato oppure no. Le divise meritano rispetto, ma proprio perché rappresentano lo Stato devono accettare un livello di responsabilità superiore a quello richiesto a qualsiasi cittadino. Una democrazia si misura nel modo in cui tratta gli individui più fragili e più impopolari, siano essi innocenti o colpevoli. Se una persona muore mentre è sotto il controllo dello Stato, non bastano il cordoglio e le dichiarazioni di circostanza, servono verità, trasparenza e responsabilità. Tutto il resto è propaganda, bagnata dalle lacrime di coccodrilli al servizio di interessi politici.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


