La notizia è una di quelle che sulla carta dovrebbero rassicurare. In Sicilia il PNRR finanzia 46 progetti contro il dissesto idrogeologico: 99 milioni di euro, oltre il 40 per cento già pagato. Cantieri, interventi, numeri. Tutto in ordine.
Poi però scopri che Niscemi non c’è. E allora la domanda cambia forma.
La prima reazione è istintiva, quasi da talk show: perché Niscemi è stata dimenticata?
La seconda è più scomoda, e più utile: come si decide dove intervenire? E soprattutto: si interviene davvero dove il rischio è più alto, o dove conviene politicamente e amministrativamente farlo?
Perché il rischio idrogeologico non è un’opinione. Non è una sensazione, né una bandiera. È scritto da anni sulle mappe ufficiali che indicano dove il terreno è instabile, dove i fiumi esondano, dove scuole, strade e case insistono su suoli fragili. In Sicilia quasi nessun comune ne è immune. Colline instabili, coste vulnerabili, infrastrutture essenziali dentro perimetri ad alta pericolosità. Tutto noto. Tutto pubblico. Tutto archiviato.
Quelle mappe non sono state mai davvero usate come criterio vincolante di scelta. E non per caso. Perché farlo avrebbe richiesto una struttura capace di leggere il rischio, tradurlo in priorità e trasformarlo in progetti cantierabili. Una struttura che esisteva. Si chiamava Italia Sicura.
L’unità di missione voluta da Matteo Renzi aveva esattamente questo compito: mappare, programmare, progettare, coordinare. Costruire un GPS del rischio idrogeologico e farne discendere le decisioni. Ridurre il tempo tra la conoscenza del pericolo e l’apertura del cantiere. È stata smantellata. Non riformata, non potenziata: smantellata.
E oggi se ne vedono gli effetti.
I progetti PNRR sul dissesto non nascono da una nuova graduatoria costruita partendo dal rischio. Nascono da due canali amministrativi: interventi già pronti da “infilare” nel PNRR e interventi legati a vecchie emergenze, soprattutto quelle del 2018 e del 2019. Tradotto: non si parte dalla domanda “dove il pericolo è massimo?”, ma da un’altra, molto più rassicurante per la politica: “chi ha il progetto pronto?”.
È il massimo clientelare applicato alla valutazione del rischio. Non serve dichiararlo, basta praticarlo. Vince chi è più organizzato, chi ha uffici che funzionano, chi ha peso politico, chi ha un canale aperto. I territori più fragili, spesso fragili anche istituzionalmente, restano indietro. Non perché il rischio sia minore, ma perché contano meno. Così Niscemi resta fuori. Non perché il pericolo non esista, ma perché non è entrata nel circuito giusto al momento giusto. Invisibile per difetto di procedura, non per assenza di rischio.
Gli interventi finanziati, presi singolarmente, non sono inutili. Sistemazioni di versanti, regimazioni delle acque, difese spondali, messa in sicurezza di strade. Servono, spesso. Ma sono interventi puntuali, non strutturali. Rafforzano un punto, non un territorio. Se una collina è fragile per chilometri, consolidarne cento metri sposta il problema. Se un bacino è fuori controllo, intervenire solo sull’ultimo tratto urbano significa aspettare la prossima piena.
Diciamolo senza ipocrisie: questi progetti non ridurranno il numero di frane o di alluvioni. Al massimo ridurranno i danni in alcuni punti, eviteranno qualche interruzione, limiteranno emergenze localizzate. È utile, certo. Ma non è prevenzione.
La prevenzione vera sarebbe delocalizzare dove il rischio è estremo, ripensare l’uso del suolo, intervenire a scala di bacino, integrare opere, pianificazione urbanistica e manutenzione. Ma tutto questo richiede tempo, visione, strutture. Esattamente ciò che è stato smantellato.
E non riguarda solo il PNRR. Funziona così per tutti i canali di finanziamento: fondi nazionali, fondi europei, emergenze, programmazioni ordinarie. Cambia l’etichetta, non il metodo. Si premia la capacità di presentare progetti, non la gravità del rischio. Si finanzia chi arriva prima, non chi rischia di più.
Per questo Niscemi non è un’eccezione. È un simbolo. Mostra il limite strutturale di un sistema che non sceglie in base al pericolo, ma in base alla forza di chi chiede. Novantanove milioni non sono pochi. Ma senza una bussola pubblica e vincolante, senza la sovrapposizione trasparente tra mappa del rischio e mappa dei finanziamenti, diventano un mosaico di interventi slegati.
Il punto non è stabilire se questi progetti siano inutili. Il punto è chiedersi se siano i più utili. Finché la politica regionale e nazionale non avrà il coraggio di dire apertamente “si parte dalle aree a massimo rischio, anche se non hanno santi in paradiso”, la risposta alla domanda iniziale resterà sospesa.
E la frase “nessuno ha chiesto Niscemi” continuerà a suonare per quello che è: non una giustificazione, ma un atto d’accusa al metodo. Perché il dissesto idrogeologico non aspetta le domande. E i territori fragili non dovrebbero dipendere dalla fortuna politica.
Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.



