Tanto tuonò che piovve. Dopo anni di annunci, decreti urgenti, tavoli tecnici, piattaforme, cabine di regia e solenni dichiarazioni sul diritto dei cittadini a essere curati in tempo, il 24 agosto è finalmente comparso in Gazzetta Ufficiale il nuovo Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa 2026-2028.
Un supplemento di 128 pagine, sette allegati, due glossari – uno tecnico e uno destinato al cittadino – e un’imponente quantità di linee di indirizzo. La montagna amministrativa, insomma, ha lavorato duramente. Alla fine ha partorito un topolino. Non del tutto inutile, per carità. Ma pur sempre un topolino, incaricato di abbattere a morsi il muro delle liste d’attesa senza ricevere, come vedremo, neppure un grammo di formaggio in più.
La novità più interessante riguarda il rapporto tra il cittadino e il CUP. Quando non sarà possibile assegnare subito una visita o un esame compatibile con la priorità indicata sulla ricetta, non dovrebbe più essere il paziente a trascorrere le giornate telefonando, aggiornando il sito o supplicando l’operatore. La richiesta dovrà essere inserita in una “prelista” o lista di tutela; sarà il servizio sanitario a cercare un posto e a richiamare l’assistito.
Il Piano stabilisce anche entro quanto tempo dovrà essere formulata una proposta: cinque giorni per la classe B, dieci per una visita in classe D, quindici per un esame diagnostico in classe D e trenta per la classe P. Attenzione, però: sono i tempi per proporre un appuntamento, non necessariamente per eseguire la prestazione. Le urgenze restano fuori dalle preliste, perché dovrebbero essere garantite entro 72 ore. Il condizionale, nella sanità italiana, è ormai una classe di priorità a sé.
Il CUP dovrà finalmente vedere tutta l’offerta disponibile: strutture pubbliche, privato accreditato e libera professione intramuraria. Le agende non potranno essere chiuse o rese indisponibili; i cittadini dovranno poter conoscere le alternative esistenti nell’intero ambito territoriale di garanzia. Se un ospedale non riuscirà a rispettare il tempo previsto per un ricovero o un intervento programmato, dovrà proporre una struttura equivalente, ragionevolmente raggiungibile, conservando la data originaria d’ingresso in lista. Non si dovrà più ricominciare dal fondo della coda.
Per i ricoveri programmati il paziente dovrà inoltre ricevere un documento con la classe di priorità, il tempo massimo, la data d’inserimento e i riferimenti ai quali rivolgersi. Le informazioni dovrebbero confluire anche nel Fascicolo sanitario elettronico. Per cronici e oncologici sono previste agende dedicate ai percorsi diagnostico-terapeutici, gestite direttamente dallo specialista o dalla struttura che prende in carico il paziente. Si promettono inoltre più Day Service, televisite e teleconsulti, così da evitare la moltiplicazione di ricette, prenotazioni e pellegrinaggi.
Arriva poi il “recall”: il CUP dovrà ricordare l’appuntamento e consentire di confermarlo o cancellarlo a distanza almeno due giorni lavorativi prima. Chi non si presenta senza avere disdetto e senza una giustificazione dovuta a forza maggiore o impossibilità sopravvenuta dovrà pagare il ticket, anche se esente.
Ed eccolo, il primo squittio del topolino: lo Stato non riesce ancora a garantire che una visita venga eseguita in tempo, ma è già molto preciso nello stabilire quanto deve pagare chi non si presenta. La responsabilizzazione del cittadino è immediata; quella dell’amministrazione continua invece a viaggiare tra Ministero, Regione, Azienda sanitaria, CUP, erogatore pubblico e privato accreditato, possibilmente senza lasciare impronte digitali.
Il problema è che buona parte di queste roboanti novità è nuova soprattutto nella confezione.
Il CUP integrato con il privato accreditato, il sistema di richiamata, la disdetta a distanza e il pagamento del ticket anche da parte degli esenti erano già previsti dal decreto-legge 73 del 2024, convertito nella legge 107. Il divieto di chiudere le agende risale addirittura alla legge finanziaria del 2006. La possibilità di ottenere la prestazione in intramoenia, pagando soltanto il ticket quando il servizio pubblico supera il tempo massimo, è contenuta nell’articolo 3, comma 13, del decreto legislativo 124 del 1998.
Anche le classi di priorità non cambiano: U entro 72 ore, B entro dieci giorni, D entro trenta giorni per le visite e sessanta per gli esami, P entro 120 giorni. Era così nel Piano 2019-2021 e così rimane. Resta anche la soglia secondo la quale i tempi devono essere rispettati almeno nel 90 per cento dei casi.
Dunque non siamo davanti alla scoperta della penicillina. Siamo davanti a un dettagliato manuale d’istruzioni per applicare norme, diritti e obblighi che in larga parte esistevano già e che, evidentemente, non sono stati applicati. Dopo avere prodotto leggi che non funzionavano, lo Stato ha prodotto un Piano che spiega come far funzionare quelle leggi. Se non funzionerà neppure il Piano, non è difficile prevedere la nascita di un Osservatorio incaricato di studiare perché non ha funzionato.
I numeri spiegano perché la pioggia di carta non basta. Nel primo semestre 2026, secondo il primo Bollettino della Piattaforma nazionale pubblicato da Agenas, il rispetto dei tempi massimi si è fermato in Italia al 78,5 per cento per le prime visite e all’84,6 per cento per gli esami diagnostici. Il dato è migliorato rispetto al 2025, ma resta lontano dalla soglia del 90 per cento. E il monitoraggio riguarda soltanto 14 tipi di prime visite e 22 accertamenti diagnostici: una finestra utile, non l’intero edificio della specialistica.
In Sicilia la situazione è ancora più istruttiva. Nel primo semestre 2026 le prime visite eseguite entro i tempi sono scese dall’87,2 al 79,7 per cento. Gli esami diagnostici sono peggiorati dal 75,9 al 71,9 per cento, contro una media nazionale dell’84,6. In altre parole, nell’Isola arriva in ritardo circa una prima visita su cinque e quasi un accertamento diagnostico su tre. Mentre il Paese migliora lentamente, la Sicilia procede con decisione nella direzione opposta: una forma originale di autonomia differenziata.
Il nuovo Piano assegna ora alle Regioni 120 giorni dalla pubblicazione per adottare i rispettivi piani regionali, da aggiornare annualmente. Per la Sicilia il termine scade il 22 dicembre 2026. Entro quella data dovranno essere definiti l’ambito territoriale nel quale garantire le prestazioni, il funzionamento del CUP, l’integrazione con la piattaforma nazionale, i percorsi di tutela, i controlli e le modalità di pubblicazione dei dati.
E qui arriviamo al parto vero e proprio. L’articolo 3 del decreto stabilisce che tutto dovrà essere realizzato con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili e “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Le Regioni, nell’intesa dell’11 giugno, hanno infatti chiesto che il confronto con Ministero e Agenas valuti anche la congruità delle risorse disponibili. Tradotto dal linguaggio istituzionale: il Piano ordina di fare molte cose e le Regioni domandano, con educazione, con quali soldi.
Ed è qui che il topolino incontra i fichi secchi. L’aggiornamento della Fondazione GIMBE sui dati OCSE fotografa nel 2025 una spesa sanitaria pubblica pari al 6,2 per cento del PIL, già in calo dal 6,3 per cento del 2024 e lontana dal 7,1 per cento della media europea e OCSE. Non è una sfumatura contabile: per colmare quel solo punto scarso di distanza servirebbe cambiare scala, non distribuire nuovi manuali d’istruzioni.
Il confronto pro capite è ancora più impietoso. L’Italia spende 3.952 dollari per abitante a parità di potere d’acquisto: è quindicesima tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e ultima nel G7. La media europea è superiore di 1.013 dollari, pari secondo GIMBE a 612,4 euro per ciascun residente e a un divario complessivo di circa 36,1 miliardi. La Germania investe più del doppio di noi: 8.726 dollari pro capite.
E la direzione di marcia non rassicura. Il rapporto distingue correttamente la spesa sanitaria pubblica dal finanziamento del Fondo sanitario nazionale, ma entrambi gli indicatori raccontano lo stesso disinvestimento relativo. Nelle proiezioni GIMBE il Fondo resta al 6,1 per cento del PIL tra il 2024 e il 2026, poi scende al 5,9 nel 2027, al 5,8 nel 2028 e al 5,7 nel 2029. Tra il 2023 e il 2025 sono già mancati 13,1 miliardi rispetto a un Fondo mantenuto al 6,3 per cento del PIL; e lo scarto tra spesa sanitaria prevista e Fondo cresce da 7,5 miliardi nel 2025 a 13,4 nel 2028. Le cifre nominali aumentano, ma il peso sull’economia diminuisce: più compiti al Servizio sanitario, una fetta più piccola della ricchezza nazionale.
Poi ci sono le persone, che delle percentuali vedono il risultato finale. Nel 2024 hanno rinunciato a prestazioni sanitarie 5,8 milioni di italiani, il 9,9 per cento della popolazione, contro 4,1 milioni nel 2022 e 4,5 nel 2023. Tra le motivazioni dichiarate, non mutuamente esclusive, le liste d’attesa hanno riguardato 4 milioni di persone, il 51 per cento in più in un solo anno; i motivi economici 3,1 milioni, con un aumento del 26,1 per cento. La lista d’attesa, a quel punto, smette di essere un disservizio: diventa un meccanismo di selezione per reddito, perché chi può paga e chi non può aspetta o rinuncia.
Naturalmente non tutto è da liquidare con una battuta. La presa in carico della richiesta, la richiamata automatica, l’integrazione delle agende, la tutela nei ricoveri programmati e la conservazione della data originaria possono davvero migliorare la vita dei pazienti. Ma soltanto se dietro il software esistono operatori, medici, tecnici, apparecchiature, posti disponibili e responsabilità identificabili. Un CUP unico che mette insieme molte agende vuote resta pur sempre un modo più moderno per comunicare che non c’è posto.
Il banco di prova non sarà quindi il numero delle pagine pubblicate in Gazzetta, ma ciò che accadrà quando un cittadino siciliano telefonerà per una visita cardiologica, una colonscopia o una risonanza. Sarà davvero inserito in una lista di tutela? Verrà richiamato? Gli sarà proposta un’alternativa raggiungibile? Potrà vedere tutte le disponibilità pubbliche e private accreditate? E soprattutto: qualcuno risponderà del mancato rispetto del tempo massimo?
Tanto tuonò che piovve. Per ora, soprattutto circolari, piattaforme e glossari. La montagna ha partorito un topolino, gli ha consegnato 128 pagine di istruzioni, gli ha ordinato di demolire un muro e, per prudenza contabile, gli ha tolto anche il formaggio. È il nostro modo di celebrare le nozze con i fichi secchi: promettere tempi certi mentre si assottiglia la quota di ricchezza nazionale destinata a renderli possibili.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


