La Sicilia non può più aspettare. Non può attendere l’ennesimo piano annunciato, l’ennesima promessa elettorale, l’ennesimo intervento emergenziale presentato come soluzione definitiva. Da troppi anni l’Isola vive sospesa tra grandi potenzialità e occasioni mancate, tra risorse straordinarie e una politica spesso incapace di trasformarle in sviluppo, lavoro e qualità della vita.
Il segnale più drammatico è rappresentato dalla fuga dei giovani. Migliaia di ragazze e ragazzi lasciano ogni anno la Sicilia non per libera scelta, ma perché costretti dall’assenza di opportunità, da salari insufficienti, da servizi inadeguati e da un sistema economico che troppo spesso non premia il merito e le competenze.
Quando un giovane parte, la Sicilia non perde soltanto un residente. Perde intelligenza, formazione, energia, capacità produttiva e futuro. E mentre interi territori si impoveriscono, la politica continua troppo spesso a discutere di equilibri interni, candidature, alleanze personali e gestione del potere.
Occorre cambiare radicalmente impostazione.
La prima grande questione è il lavoro. La Sicilia ha bisogno di una politica industriale vera, capace di sostenere le imprese esistenti, attrarre investimenti produttivi e favorire la nascita di nuove attività nei settori strategici: energia, innovazione, agroindustria, turismo di qualità, logistica, economia del mare, ricerca, farmaceutica e tecnologie digitali.
Non servono contributi distribuiti senza una visione. Servono infrastrutture, credito, tempi certi nelle autorizzazioni, una pubblica amministrazione efficiente e un sistema fiscale che non consideri l’impresa soltanto come un soggetto da controllare e tassare.
Le aziende siciliane affrontano costi energetici elevati, difficoltà di accesso al credito, collegamenti insufficienti e una burocrazia che rallenta gli investimenti. In queste condizioni, anche gli imprenditori più capaci vengono lasciati soli.
La politica regionale dovrebbe avere una priorità chiara: rendere la Sicilia competitiva.
Ciò significa affrontare finalmente i grandi nodi strutturali. L’acqua non può essere ogni estate un’emergenza. Le reti idriche devono essere modernizzate. Porti, aeroporti, ferrovie e strade devono diventare parti di un unico progetto logistico. La transizione energetica deve produrre benefici concreti per famiglie e imprese siciliane, non soltanto profitti per pochi grandi operatori.
La Sicilia può diventare una piattaforma strategica nel Mediterraneo. La sua posizione geografica offre opportunità straordinarie nei rapporti con l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. Ma la centralità geografica, senza infrastrutture e capacità politica, rimane soltanto uno slogan.
Serve anche una nuova battaglia per la legalità.
Mafia, racket, corruzione e clientelismo non sono soltanto problemi criminali. Sono ostacoli allo sviluppo. Allontanano gli investimenti, condizionano il mercato, soffocano le imprese sane e impediscono una reale competizione.
La lotta alla mafia deve tornare a essere una grande iniziativa civile e politica. Occorre stare accanto agli imprenditori che denunciano, ai cittadini che non si piegano, ai giovani che scelgono percorsi diversi da quelli imposti dai clan. Ma occorre anche denunciare senza ambiguità ogni forma di collusione, opportunismo e silenzio istituzionale.
In questo scenario c’è bisogno di una nuova politica riformista.
Una politica che non si limiti a occupare uno spazio al centro degli schieramenti, ma che abbia il coraggio di proporre soluzioni concrete. Una politica competente, europeista, liberale, sociale e popolare. Capace di unire crescita economica, diritti, legalità, solidarietà e partecipazione democratica.
Essere riformisti oggi significa rifiutare tanto il populismo assistenzialista quanto il conservatorismo immobile. Significa difendere chi lavora, chi produce, chi studia, chi investe e chi crea occupazione. Significa costruire una Sicilia nella quale non sia necessario avere una raccomandazione per ottenere un’opportunità.
La nuova politica riformista deve partire dai territori, dai comuni, dalle associazioni, dalle professioni, dalle imprese e dalle energie civiche. Non può essere costruita soltanto nelle segreterie di partito o attraverso accordi tra gruppi dirigenti.
Servono partecipazione, confronto e scelte democratiche. Servono idee, programmi e una classe dirigente selezionata per competenza, credibilità e capacità di rappresentare realmente le comunità.
La Sicilia non ha bisogno di nuovi messia. Ha bisogno di un progetto. Un progetto che metta al centro i giovani, le imprese, la legalità e lo sviluppo. Un progetto capace di trasformare le potenzialità dell’Isola in lavoro, servizi e speranza.
Il tempo dell’attesa è finito.

Carmelo FINOCCHIARO
Nato nel 1962, di professione commercialista e proprietario di un gruppo imprenditoriale che spazia dall’edilizia, alle multi utility, al food, ha militato da giovane nella FGCI, PCI, PDS, DS per poi approdare in Italia Viva. Già’ dirigente nazionale del settore produzione e lavoro di Legacoop. Consigliere comunale nei periodI bui della lotta alla mafia nel comune di Mascalucia.
Presidente nazionale di Confedercontribuenti associazione per la tutela dei contribuenti e degli utenti bancari, associa in tutta Italia prevalentemente imprese.


