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GRANDI OPERE IN SICILIA: IMPRESE SICILIANE SOLO SUAPPALTATRICI?

Le grandi opere pubbliche che interessano la Sicilia – dalle infrastrutture ferroviarie ai porti, dalle opere idriche ai grandi interventi strategici – rappresentano una straordinaria occasione di sviluppo. Troppo spesso, però, le imprese siciliane finiscono per occupare soltanto l’ultimo anello della catena produttiva: quello dei subappalti.

Molte aziende locali denunciano una situazione che merita attenzione. I grandi gruppi nazionali e internazionali si aggiudicano le gare, mentre alle imprese del territorio vengono affidate lavorazioni con margini ridotti, forti ribassi economici e condizioni contrattuali spesso squilibrate.

Il nuovo Codice degli Appalti ha ampliato le possibilità di ricorso al subappalto, eliminando molti dei precedenti limiti quantitativi e introducendo anche il subappalto a cascata. Tuttavia la normativa continua a prevedere responsabilità precise dell’appaltatore principale e strumenti di tutela per i subappaltatori, compresi meccanismi di controllo sui pagamenti e forme di pagamento diretto in determinati casi.

Il vero problema non è il subappalto in sé, che rappresenta uno strumento legittimo e necessario per realizzare opere complesse. Il problema nasce quando il rapporto tra contraente principale e impresa locale diventa sbilanciato.

Molte piccole e medie imprese lamentano:

•⁠ ⁠ribassi eccessivi imposti ai subappaltatori;
•⁠ ⁠tempi di pagamento non compatibili con la sostenibilità finanziaria delle aziende;
•⁠ ⁠trasferimento sui subappaltatori di gran parte dei rischi operativi;
•⁠ ⁠difficoltà ad ottenere revisioni prezzi adeguate;
•⁠ ⁠scarsa valorizzazione delle competenze presenti nel territorio.

Non a caso, numerose associazioni imprenditoriali hanno chiesto negli ultimi anni maggiori garanzie per le PMI della filiera, evidenziando come i ritardi e le criticità nei pagamenti possano mettere a rischio la sopravvivenza stessa delle aziende esecutrici.

La Sicilia non può limitarsi a fornire manodopera, mezzi e professionalità mentre il valore aggiunto e i profitti principali vengono concentrati altrove. Serve una politica industriale che favorisca:

•⁠ ⁠la crescita dimensionale delle imprese siciliane;
•⁠ ⁠la costituzione di consorzi e reti d’impresa regionali;
•⁠ ⁠la partecipazione diretta delle aziende siciliane alle gare;
•⁠ ⁠controlli rigorosi sui rapporti di subappalto;
•⁠ ⁠il rispetto dei tempi di pagamento;
•⁠ ⁠la tutela della sicurezza e dei diritti dei lavoratori.

Le grandi opere finanziate con risorse pubbliche devono produrre sviluppo locale, occupazione qualificata e crescita imprenditoriale. Non possono trasformarsi in una filiera dove i grandi gruppi incassano i benefici e le imprese siciliane sopportano soltanto i rischi.

La Sicilia dispone di imprese, tecnici, professionisti e lavoratori capaci di realizzare opere complesse. È tempo che siano protagonisti e non semplici esecutori subordinati. Lo sviluppo del territorio passa anche dalla capacità di garantire una concorrenza leale, pagamenti certi e pari dignità a tutte le imprese coinvolte nelle grandi opere pubbliche.

Carmelo FINOCCHIARO
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Nato nel 1962, di professione commercialista e proprietario di un gruppo imprenditoriale che spazia dall’edilizia, alle multi utility, al food, ha militato da giovane nella FGCI, PCI, PDS, DS per poi approdare in Italia Viva. Già’ dirigente nazionale del settore produzione e lavoro di Legacoop. Consigliere comunale nei periodI bui della lotta alla mafia nel comune di Mascalucia.
Presidente nazionale di Confedercontribuenti associazione per la tutela dei contribuenti e degli utenti bancari, associa in tutta Italia prevalentemente imprese.

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