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LA RIFORMA SCHILLACI: AFFONDATA DAGLI AMICI! E LE CASE DI COMUNITA?

La notizia è più istruttiva di un convegno sulla crisi del Servizio sanitario nazionale: la riforma del lavoro dei medici di famiglia, proposta dal ministro Orazio Schillaci, discussa con le Regioni e presentata come condizione minima per dare corpo alle Case di Comunità, si è fermata davanti al no della stessa maggioranza che sostiene il Governo. Non l’ha affossata l’opposizione.  L’hanno congelata i partiti del centrodestra, cioè quelli che avrebbero dovuto difenderla.

È un piccolo capolavoro di ipocrisia istituzionale. Da mesi si ripete che bisogna rafforzare il territorio, ridurre gli accessi ai pronto soccorso, seguire i cronici vicino a casa, rendere effettivo il PNRR. Poi, quando si deve decidere chi deve lavorare dentro quelle strutture, con quali obblighi, orari e responsabilità pubblica, il riformismo evapora. Restano muri, targhe, rendering e conferenze stampa. Manca la sostanza.

Naturalmente nessuno dirà che la politica ha ceduto alle pressioni. Si parlerà di “approfondimenti”, “equilibrio”, “specificità della medicina generale”, “autonomia professionale”. Parole nobili, quando servono a migliorare una riforma; assai meno quando coprono una resa. Il sospetto è inevitabile: sindacati, lobby professionali, pezzi del potere medico organizzato, forse anche ambienti prossimi alla rappresentanza ordinistica, hanno bussato forte alle porte giuste. E la politica, davanti a un interesse compatto, si è messa sull’attenti.

Il punto è brutale: le Case di Comunità senza medici presenti, integrati e responsabili diventano sale d’attesa arredate dal PNRR. Il territorio non si costruisce con i cartelli all’ingresso, ma con personale, turni, funzioni, continuità assistenziale e obblighi verificabili. Se tutto resta affidato alla buona volontà e alla trattativa infinita, non stiamo riformando nulla: compriamo mobili nuovi per un sistema vecchio.

La maggioranza esce malissimo da questa vicenda. Ha lasciato avanzare il ministro, ha assecondato il confronto con le Regioni, ha raccontato al Paese la favola della prossimità, poi al primo urto vero ha scelto la conservazione. Decisionista nei comunicati, timorosa davanti ai blocchi sociali che contano.

Il centrosinistra deve inchiodare la destra alla domanda decisiva: volete davvero le Case di Comunità o volete solo inaugurarle? Volete una medicina territoriale pubblica o una collezione di edifici a responsabilità evaporata?

Il rischio finale è chiarissimo: Case di Comunità aperte sulla carta, funzionalmente deboli, clinicamente intermittenti. Luoghi buoni per la rendicontazione, meno per curare i cittadini. Alla fine resta una domanda semplice: chi governa davvero la sanità italiana? Il Ministero, le Regioni, il Parlamento? O chi riesce a bloccare una riforma prima ancora che diventi realtà? La risposta è arrivata. Ed è più velenosa di qualunque nota.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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