C’è una forma di grandezza anche nell’arrivare ultimi. Non penultimi, che è già una vigliaccheria statistica. Ultimi davvero: là dove il consenso non scende più, perché sotto non c’è il pavimento, c’è il governatore della Sicilia.
Renato Schifani chiude la classifica SWG sul gradimento dei presidenti di Regione con un elegante 25%. Un siciliano su quattro lo gradisce; gli altri tre, probabilmente, hanno scambiato Palazzo d’Orléans per un ufficio oggetti smarriti della politica regionale.
Il confronto è impietoso. Fedriga guida il Friuli Venezia Giulia al 65%, Stefani in Veneto è al 58%. Poi arriva il Sud che funziona, quello che toglie a Schifani anche l’ultima scusa: Occhiuto in Calabria è al 53%, Decaro in Puglia al 51%, Fico in Campania al 47%. Tre meridionali nei primi cinque. Dunque non è la latitudine. Non è il caldo. Non è il destino. È proprio lui.
A metà classifica De Pascale e Proietti stanno al 45%, Giani al 42%, Cirio al 40%. Anche scendendo ancora, Bucci e Acquaroli sono al 37%, Fontana al 35%, Marsilio, Todde e Bardi al 33%. Persino il penultimo, Rocca, nel Lazio, arriva al 29%: quattro punti sopra Schifani, che ormai non è un governatore in difficoltà, ma un’unità di misura del fondo.
La notizia più crudele, però, è che Schifani è “stabile”. Non perde consenso: lo conserva come si conserva la polvere sui mobili dimenticati. È fermo al 25%, immobile, resistente, minerale. Non precipita, perché ha già completato la discesa. Non arretra, perché alle sue spalle c’è solo il muro.
Il suo quarto di gradimento è una democrazia ridotta a monolocale: ci stanno dentro i fedelissimi, qualche distratto, forse un paio di ottimisti con scarsa memoria. Per il resto, la Sicilia sembra guardarlo con quella stanchezza antica con cui si guardano le cose che non funzionano più ma nessuno ha ancora portato via.
Schifani è riuscito in un’impresa rara: deludere una terra che credeva di aver esaurito la capacità di stupirsi. La Sicilia ne ha viste abbastanza per non scandalizzarsi facilmente. E infatti non si scandalizza. Lo lascia lì, ultimo, con la pietà riservata agli arredi istituzionali fuori catalogo.
C’è chi governa per salire. Schifani ha scelto una missione più severa: presidiare il fondo, renderlo abitabile, trasformarlo in indirizzo politico. Il fanalino di coda, almeno, serve a segnalare che qualcosa cammina lentamente. Nel suo caso segnala soprattutto che dietro non c’è più nessuno.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


