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PNRR IN SICILIA: SIAMO ANCORA AL 24% A QUATTRO MESI DALLO STOP…

Per anni, in Sicilia, il PNRR è stato raccontato come la grande occasione: la leva finanziaria che avrebbe dovuto colmare ritardi storici, modernizzare infrastrutture, accelerare servizi, rimettere in moto una macchina amministrativa spesso lenta e dispersiva.

Oggi, però, tolta la patina della propaganda, emerge dal database ufficiale ReGiS/open aggiornato al 26 febbraio 2026 una fotografia molto meno rassicurante.

Il quadro integrale dei progetti localizzati nell’isola restituisce un universo di 24.926 combinazioni CUP-CLP, corrispondenti a 24.437 CUP univoci. Non è più una ricostruzione approssimativa o per indizi: è il perimetro completo dei progetti che riguardano la Sicilia così come risultano nei dati ufficiali. E proprio perché è il quadro più ampio e più corretto, il suo messaggio politico è ancora più netto: il PNRR siciliano è enorme nei numeri, ma resta largamente incompiuto nei risultati.

Conviene spiegare subito le due sigle tecniche che stanno alla base di questa analisi. Il CUP è il Codice Unico di Progetto: il codice che identifica ogni progetto di investimento pubblico. Il CLP è il Codice Locale Progetto: la codifica amministrativa con cui il singolo intervento è gestito nel sistema. L’uso congiunto di CUP e CLP consente di seguire con precisione ogni progetto nei database, di collegarlo alla sua localizzazione territoriale e di verificarne lo stato di avanzamento, la validazione, la posizione amministrativa e il finanziamento. In altre parole, qui non stiamo parlando di impressioni o di annunci politici: stiamo guardando ciò che il sistema ReGiS registra formalmente per ciascun progetto al 26 febbraio 2026.

I numeri di partenza sono imponenti. Il finanziamento PNRR lordo dei progetti che toccano la Sicilia arriva a 16,49 miliardi di euro; il valore territorialmente attribuibile alla Sicilia, calcolato pro-quota, è di 11,39 miliardi. Anche il costo totale è colossale: 25,12 miliardi lordi e 18,29 miliardi attribuibili all’isola in termini territoriali. Ma qui sta il punto essenziale: le risorse assegnate, o anche territorialmente attribuite, non coincidono con i risultati. Alla data del 26 febbraio 2026 risultano conclusi appena 5.991 progetti, il 24 per cento del totale, mentre 18.932, cioè il 76 per cento, risultano ancora in corso. Ce ne sono perfino 3 da attivare.

Dunque, a quattro mesi dalla scadenza finale del PNRR, la grande maggioranza del portafoglio siciliano non è ancora arrivata a compimento. E la data entro cui i progetti PNRR devono essere conclusi è il 30 giugno 2026, non una generica stagione futura, non un orizzonte amministrativo elastico, ma una scadenza rigida e vicinissima.

Chi provasse a minimizzare osservando che molti progetti sono comunque “in lavorazione” farebbe una confusione grave fra esistenza amministrativa e realizzazione sostanziale. Un progetto registrato, un CUP aperto, una scheda caricata, una procedura avviata, non sono un’opera finita, un servizio attivo, un investimento pienamente dispiegato, un risultato verificabile per cittadini e imprese. E questo è il nodo siciliano: non l’assenza di progetti, ma l’incapacità di trasformare una massa gigantesca di progetti formalmente esistenti in esiti concreti, misurabili e fruibili. La Sicilia non soffre di scarsità di annunci; soffre del passaggio incompleto dall’apertura amministrativa al risultato reale.

C’è poi il capitolo, ancora più delicato, della qualità amministrativa del monitoraggio. Nei dati al 26 febbraio 2026 i progetti validati sono 9.577, quelli non validati 9.619, mentre 5.730 non risultano mai confluiti nel processo di validazione oppure presentano il campo non valorizzato. La validazione non coincide automaticamente con la rendicontazione finale, ma è un presidio essenziale della qualità informativa e contabile. Quando oltre il 60 per cento del portafoglio o non è validato o non è mai entrato in una validazione consolidata, il problema non è tecnico nel senso minore del termine: è amministrativo e politico. Vuol dire che una parte enorme del PNRR siciliano cammina verso la scadenza europea con una base di consolidamento ancora irregolare, incompleta o fragile.

La struttura del portafoglio, peraltro, rende la situazione ancora più fragile. Il PNRR siciliano è bifronte. Da un lato ci sono migliaia di interventi piccoli o medi, con tutto il carico di adempimenti, controlli, scadenze e passaggi amministrativi che ciò comporta. Dall’altro ci sono pochi assi enormi, con valori di centinaia di milioni o superiori al miliardo, concentrati soprattutto nei grandi investimenti ferroviari, nel trasporto rapido di massa, nelle reti energetiche, nelle infrastrutture idriche, nella scuola e nella trasformazione tecnologica. Questa combinazione è pericolosa perché moltiplica simultaneamente due rischi: l’iper-frammentazione, che produce dispersione amministrativa, e la concentrazione del valore, che rende ogni rallentamento dei grandi soggetti attuatori un problema sistemico.

Non a caso, tra i primi soggetti attuatori per valore finanziario attribuibile alla Sicilia figurano la Regione Siciliana, con 6.491 progetti e 1,90 miliardi di euro, e Rete Ferroviaria Italiana, con 18 progetti e 1,90 miliardi quasi identici. Insieme concentrano oltre un terzo del valore territoriale del portafoglio. Ma il dato più impressionante, nel caso della Regione Siciliana, non è soltanto il peso economico: è il rapporto fra massa progettuale e capacità di chiusura. I progetti conclusi sono 130; quelli in corso 6.361. È difficile immaginare una rappresentazione più plastica della distanza tra quantità amministrativa e capacità di completamento.

In sanità il quadro è particolarmente rivelatore. La Missione 6 assorbe in Sicilia 912 progetti e circa 1,287 miliardi di euro territorialmente attribuibili. Ma i progetti conclusi sono appena 103, contro 809 ancora in corso. I validati sono 636 e i non validati 273. Già questi numeri, da soli, dovrebbero bastare a spegnere ogni enfasi. Se un comparto tanto sensibile, che riguarda il funzionamento concreto del sistema sanitario, arriva a quattro mesi dalla scadenza con quasi nove progetti su dieci ancora aperti, il problema non è marginale. Significa che una parte rilevante della trasformazione promessa resta ancora intrappolata nella fase amministrativa. E questo vale a maggior ragione per la digitalizzazione ospedaliera, che nel database pesa per circa 268,5 milioni, ma presenta soltanto 1 progetto concluso contro 98 in corso. In un settore dove il tempo perso si traduce spesso in servizi mancati, questa lentezza ha un costo che non è soltanto contabile.

Nel turismo il quadro è meno appariscente sul piano del racconto politico, ma non meno significativo. Se si guarda al nucleo degli interventi della Missione 1 collegati a cultura, patrimonio, borghi, ricettività e valorizzazione dei luoghi, il portafoglio siciliano supera i 357,9 milioni di euro distribuiti su 1.775 progetti. Eppure i conclusi sono 334, mentre 1.441 risultano ancora in corso. Tra le linee più rilevanti emergono l’attrattività dei borghi, la tutela del paesaggio rurale, il miglioramento delle infrastrutture di ricettività, la sicurezza sismica nei luoghi di culto e il recupero di beni culturali. È qui che si misura la differenza tra un uso strategico del PNRR e una sua gestione burocraticamente dispersa. Il turismo siciliano non ha bisogno di progetti nominalmente aperti; ha bisogno di luoghi recuperati, itinerari leggibili, ricettività migliorata, patrimonio accessibile. Se il grosso di questa massa è ancora fermo nella categoria “in corso”, la distanza tra promessa e risultato resta troppo larga.

L’ambiente, poi, è probabilmente il banco di prova più severo di tutti, perché concentra grandi importi e grandi vulnerabilità. La Missione 2 raccoglie in Sicilia 3.519 progetti e circa 2,784 miliardi di euro, il valore più alto tra tutte le missioni. Ma i progetti conclusi sono 771, quelli in corso 2.746. Ancora più allarmante è la validazione: 366 progetti validati contro 3.151 non validati. In altri termini, proprio l’area che dovrebbe sostenere transizione ecologica, acqua, rifiuti, reti, mobilità pulita, prevenzione del dissesto e adattamento climatico presenta una debolezza amministrativa fortissima. Le principali linee finanziarie riguardano il trasporto rapido di massa, le smart grid, le infrastrutture idriche primarie, il rinnovo del parco autobus a zero emissioni, gli impianti di gestione dei rifiuti, le isole verdi, la riduzione delle perdite delle reti idriche, il rischio idrogeologico, la bonifica dei siti orfani, fognatura e depurazione. Sono tutti capitoli essenziali per una regione fragile come la Sicilia. Se proprio qui la catena dell’attuazione e della validazione mostra un tale livello di debolezza, non siamo davanti a un semplice ritardo settoriale: siamo davanti a un rischio strutturale di mancato salto di qualità.

Il paradosso siciliano, a questo punto, è persino più amaro della semplice inefficienza. Si possono anche rivendicare task force, assistenze tecniche, riunioni, procedure, rimodulazioni, avanzamenti parziali. Ma se il risultato finale che compare nel database ReGiS/open aggiornato al 26 febbraio 2026 è un portafoglio ancora largamente aperto, una quota minima di conclusioni e una base di validazione ancora irregolare, il bilancio politico non cambia. La macchina burocratica può essersi mossa; il problema è che il risultato non si vede ancora in misura adeguata.

Il punto, allora, è molto semplice. Il PNRR in Sicilia non può essere onestamente descritto né come un fallimento assoluto né come un successo compiuto. Ma fra queste due caricature ce n’è una che oggi è più pericolosa dell’altra: il racconto autoassolutorio. Perché i numeri disponibili dicono che il tempo utile è quasi esaurito, mentre l’avanzamento sostanziale resta largamente insufficiente. E quando una regione arriva così vicino alla scadenza europea con 18.932 progetti ancora in corso, con 9.619 non validati e con 5.730 mai confluiti o non valorizzati nella validazione, il problema non è più soltanto tecnico.

Diventa un giudizio sulla qualità del governo, sulla serietà del monitoraggio e sulla capacità di trasformare una chance storica in risultati veri. Il PNRR siciliano è grande nei flussi finanziari e nei comunicati. Molto meno nelle prove finali. Ed è questa, ormai, la distanza che conta davvero.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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