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RESTARE SENZA RESTARE: IL PARADOSSO DEL LAVORO IN SICILIA

C’è qualcosa di profondamente simbolico – e allo stesso tempo contraddittorio – nella misura della Regione Siciliana che finanzia le imprese del Nord affinché assumano lavoratori dell’isola in smart working.

A prima vista sembra una buona notizia: finalmente si prova a trattenere i giovani, a offrire un’alternativa concreta alla partenza, a ridurre quella fuga silenziosa che da anni svuota città, università e prospettive. Ma basta guardare un po’ più a fondo per accorgersi che questa soluzione somiglia più a un compromesso che a una svolta.

Il messaggio implicito è chiaro: il lavoro non si crea qui, si “importa” da fuori. I giovani siciliani possono anche restare fisicamente nella loro terra, ma economicamente continuano a dipendere da un sistema produttivo che ha il suo baricentro altrove. È una forma di presenza a metà: si vive al Sud, ma si lavora per il Nord. Si resta, senza davvero restare.

Questo modello ha dei vantaggi evidenti. Permette a molti ragazzi qualificati di non spezzare legami familiari e sociali, riduce i costi personali dell’emigrazione e intercetta una trasformazione reale del mercato del lavoro, sempre più orientato al digitale e alla distanza. In questo senso, ignorarlo sarebbe miope.

Eppure, c’è un rischio che non può essere ignorato: trasformare una soluzione temporanea in una strategia permanente. Se la Sicilia si abitua a essere solo un “luogo da cui lavorare” e non un “luogo dove si produce lavoro”, il divario con il resto del Paese non farà che consolidarsi. Senza investimenti strutturali, senza un tessuto imprenditoriale locale forte, senza politiche capaci di attrarre e creare imprese sul territorio, questa misura rischia di diventare un palliativo ben confezionato.

Il punto non è essere favorevoli o contrari. Il punto è capire che non basta.

Servono politiche che accompagnino questa iniziativa: incentivi per chi apre aziende in Sicilia, sostegno alle startup locali, infrastrutture digitali e materiali all’altezza, università collegate al mondo produttivo. Solo così lo smart working può diventare un ponte verso lo sviluppo, e non un modo elegante per nascondere la mancanza di lavoro.

Restare non deve significare adattarsi. Deve tornare a significare scegliere.

PIETRO MASSIMO BUSETTA
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Ordinario di Statistica economica, nel Cda della Svimez dal 2015, presidente di IS.ES.ST. (Istituto Esperti Studi Territoriali), presidente della Fondazione Curella dal 1985 al 2018 e di diverse banche, è stato editorialista del «Sole 24 ore», «Affari e Finanza» «la Repubblica», «Giornale di Sicilia» e di «la Sicilia», oggi «Quotidiano del Sud». Ha pubblicato oltre 100 paper e 20 volumi.

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