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REFERENDUM: IN MEMORIA DI CHI HA SERVITO LO STATO ITALIANO.

A urne chiuse e dati acquisiti, non c’è nulla da celebrare in senso retorico ma piuttosto qualcosa da riconoscere con sobrietà e coscienza civile. Se nei giorni scorsi Marina Berlusconi aveva ritenuto di volere dedicare in anticipo un esito referendario alla memoria di suo padre, Silvio Berlusconi, oggi la vittoria del No merita di essere ricondotta, senza enfasi e senza appropriazioni, a coloro che non possono più intervenire nel dibattito pubblico perché hanno pagato con la vita l’esercizio della funzione giurisdizionale nella Repubblica.

Il pensiero va anzitutto a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma fermarsi a questi due nomi, pur così centrali nella coscienza nazionale, sarebbe una semplificazione inaccettabile. La storia della magistratura italiana è segnata da una lunga sequenza di cadute, che attraversa decenni e contesti diversi, e che ha visto colpiti servitori dello Stato in quanto tali: Rocco Chinnici, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Antonino Saetta, Rosario Livatino, Alberto Giacomelli, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Vittorio Occorsio, Emilio Alessandrini, Mario Amato, Riccardo Palma, e molti altri.

A questi si aggiungono coloro che, pur non essendo magistrati in senso stretto, operavano a stretto contatto con la giurisdizione e ne condividevano il rischio: basti ricordare Francesca Morvillo, magistrato e vittima della strage di Capaci insieme a Falcone, o quanti sono stati uccisi in attentati che avevano come obiettivo l’indipendenza della funzione giudiziaria.

Le matrici di queste uccisioni sono diverse — mafiosa, terroristica, criminale — ma il significato è unitario: colpire l’autonomia e la credibilità della giustizia, intimidire lo Stato nel suo punto più delicato, piegare l’equilibrio dei poteri attraverso la violenza.

Per questo, dedicare loro la vittoria del No non è un gesto simbolico né una forzatura polemica ma è, al contrario, un atto di coerenza istituzionale. Ogni intervento sull’assetto della giurisdizione, ogni modifica degli equilibri costituzionali che la riguardano, deve essere valutato tenendo conto non solo della contingenza politica, ma della storia concreta — fatta di sacrifici estremi — che ha reso possibile l’esistenza stessa di una magistratura indipendente. Quella storia non è un fondale evocativo, ma un parametro di giudizio. Ha nomi e cognomi, ha date, ha luoghi che coincidono con momenti di crisi profonda dello Stato e insieme con la sua capacità di resistenza. Ignorarla o ridurla a citazione rituale significa indebolire il senso stesso delle istituzioni repubblicane.

In questo senso, il predominio del No va letto come un richiamo alla prudenza, alla misura e alla responsabilità. Non perché esaurisca il dibattito sulle riforme della giustizia — che resta aperto e legittimo — ma perché ricorda che quel dibattito si colloca entro un perimetro tracciato anche dal sacrificio di chi ha pagato con la vita la fedeltà alla Costituzione.

Ai magistrati morti per ciò che rappresentavano dedichiamo quindi questo esito referendario, senza graduatorie e senza omissioni, non come riappropriazione, ma come riconoscimento in segno di gratitudine.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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