C’è un tratto ricorrente nella politica sanitaria della Regione Siciliana guidata da Renato Schifani: l’autonomia speciale viene evocata spesso, ma utilizzata con decisione quasi esclusivamente quando serve a risolvere problemi di singoli settori organizzati. Quando invece si tratta di affrontare i nodi strutturali del sistema sanitario regionale, quella stessa autonomia sembra improvvisamente diventare più prudente, quasi timida.
La recente decisione della Corte Costituzionale che ha respinto il ricorso del governo nazionale contro la norma siciliana sui rimborsi delle prestazioni di laboratorio offre un esempio abbastanza chiaro di questo meccanismo. La Regione aveva deciso di destinare quindici milioni di euro per compensare in parte gli effetti del nuovo tariffario nazionale della specialistica ambulatoriale, che riduceva il valore di alcune prestazioni diagnostiche. Il governo aveva impugnato la norma, sostenendo che interferisse con la disciplina nazionale della spesa sanitaria. La Corte Costituzionale ha dato ragione alla Regione, riconoscendo che l’intervento rientra negli spazi di autonomia finanziaria e organizzativa previsti per la sanità regionale. La sentenza è importante perché chiarisce un principio: la Regione Siciliana può utilizzare risorse proprie per modulare l’offerta sanitaria sul proprio territorio, purché non vengano violati i principi fondamentali del Servizio Sanitario Nazionale e non sia compromessa l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza. In altre parole, l’autonomia esiste davvero e può essere utilizzata per adattare le politiche sanitarie alle specificità dell’isola.
Ed è proprio qui che nasce la questione politica. Se questo spazio di autonomia esiste, perché non viene utilizzato per affrontare le debolezze più evidenti della sanità siciliana? La sanità siciliana continua a soffrire di debolezze strutturali gravissime. Il problema principale resta la difficoltà di garantire un accesso equo ai servizi sanitari in un territorio grande, geograficamente complesso e caratterizzato da forti disuguaglianze interne.
Le Madonie, i Nebrodi, i Sicani, molte aree dell’entroterra e naturalmente le isole minori sono territori nei quali la distanza dai servizi sanitari può diventare un ostacolo reale. In queste zone la popolazione è mediamente più anziana e ha maggiore bisogno di assistenza sanitaria continuativa. Eppure proprio qui la presenza di servizi territoriali resta fragile. Negli ultimi anni la riorganizzazione della rete ospedaliera ha concentrato molte attività specialistiche nei grandi centri urbani. In alcuni casi questa concentrazione ha migliorato la qualità delle prestazioni, ma ha anche aumentato la distanza tra cittadini e servizi sanitari. La risposta teorica a questo problema è nota: rafforzare la medicina territoriale. La risposta concreta, però, continua a procedere lentamente. L’autonomia regionale potrebbe essere utilizzata proprio per intervenire su questo terreno. Incentivare la presenza di medici e operatori sanitari nelle aree interne, rafforzare la rete degli ambulatori territoriali, sviluppare programmi di assistenza domiciliare e servizi di prossimità sono tutte politiche che richiedono risorse relativamente limitate ma una programmazione chiara.
Lo stesso vale per un’altra questione che incide direttamente sulla percezione dei cittadini: le liste di attesa. In Sicilia, come nel resto del paese, i tempi per alcune prestazioni diagnostiche e specialistiche restano spesso troppo lunghi. La risposta più frequente è stata l’acquisto di prestazioni dal settore privato accreditato. Si tratta di una soluzione che può essere utile in alcuni casi, ma che non può diventare l’unico strumento di governo della domanda sanitaria. Molte regioni hanno scelto di intervenire anche sul lato dell’offerta pubblica, organizzando sedute diagnostiche aggiuntive nelle ore serali o nei fine settimana e introducendo meccanismi di incentivazione per il personale sanitario. In Sicilia queste politiche sono state adottate solo in modo episodico e senza una strategia regionale stabile.
Ancora più evidente è il problema del personale sanitario. Il sistema sanitario italiano attraversa una fase di crescente carenza di specialisti in alcune discipline cruciali, come l’emergenza-urgenza, l’anestesia e la radiologia. Il fenomeno riguarda tutto il paese, ma nel Mezzogiorno assume dimensioni più gravi perché molti giovani medici scelgono di lavorare in regioni dove le condizioni professionali sono percepite come più attrattive. Anche su questo terreno l’autonomia regionale potrebbe essere utilizzata in modo più lungimirante, ad esempio finanziando borse di specializzazione aggiuntive nelle discipline carenti in collaborazione con le università siciliane. Non è una soluzione immediata, ma rappresenta uno degli strumenti più efficaci per rafforzare nel medio periodo il capitale professionale del sistema sanitario.
Un altro ambito nel quale la Regione potrebbe utilizzare con maggiore decisione la propria autonomia è quello della prevenzione. La Sicilia continua a registrare tassi di partecipazione agli screening oncologici inferiori alla media nazionale. Questo significa che una parte significativa della popolazione non accede a programmi di prevenzione che potrebbero ridurre la mortalità e migliorare la qualità della vita.
Infine c’è il tema della digitalizzazione del sistema sanitario. Il fascicolo sanitario elettronico, la telemedicina e i sistemi integrati di prenotazione rappresentano strumenti fondamentali per migliorare l’efficienza e la continuità delle cure. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha destinato risorse importanti a questi progetti, ma la loro realizzazione dipende in larga misura dalla capacità organizzativa delle regioni. Anche in questo campo la Sicilia procede lentamente.
La decisione della Corte Costituzionale dimostra che gli spazi di autonomia della Regione esistono davvero. Ma l’autonomia, per essere credibile, deve essere utilizzata come strumento di governo. La domanda è se esista una strategia complessiva per utilizzare l’autonomia regionale per rafforzare il sistema sanitario pubblico e ridurre le disuguaglianze territoriali dell’isola.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


