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MA NON SIAMO STUFI DI SCANDALI A RIPETIZIONE IN SICILIA?

Il terremoto che sta scuotendo dalle fondamenta il mondo della sanità siciliana, il governo regionale e organi importanti dell’assemblea regionale come la Commissione Antimafia mostra tutta l’attualità del coacervo opaco tra amministrazione pubblica, appalti, mafia e massoneria. 

Naturalmente l’indagine è agli inizi ed è giusto attendere lo sviluppo degli atti giudiziari. Ma non si può ignorare che le anticipazioni e le formulazioni d’accusa siano gravissime e che , se provate, prefigurerebbero un asservimento sostanziale della funzione pubblica a interessi privati e perdipiù al sodalizio mafioso che continua ad ammorbare la Sicilia: ovverossia la forma più grave e infamante di corruzione.

Non v’è dubbio che tra gli scandali e le inchieste che da mesi stanno investendo il governo Schifani questo rappresenti il caso più emblematico e pericoloso per la stessa tenuta delle istituzioni. La Sanità muove la parte più rilevante del bilancio regionale e il coinvolgimento nell’indagine dei massimi rappresentanti dell’amministrazione in questo settore cruciale per la società siciliana è destinato, in ogni caso, a provocare un effetto valanga non solo per coloro che vi sono individualmente coinvolti ma per la stessa stabilità del sistema di gestione, attuale e futuro.

Mentre aspettiamo di conoscere quali saranno le scelte della politica, e di leggere le cronache che monopolizzeranno l’interesse della stampa e dei media, qualche piccola riflessione nel frattempo si impone.

Ad esempio questa. Toccando il nodo dei rapporti tra l’amministrazione, la gestione della cosa pubblica e gli interessi privati, a vario titolo potenzialmente “deviati”, il tema della corruzione è assolutamente centrale. Ma sull’argomento, ben prima che scoppino scandali di rilevanza nazionale con esiti disastrosi per l’immagine dell’intera comunità siciliana, si potrebbe -anzi, si dovrebbe- cominciare a fare qualche verifica sulle piccole cose che passano inosservate e che al contrario rivelano la disinvolta noncuranza verso le norme di prevenzione della corruzione. 

Tra queste uno degli obblighi più importanti, e anche dei più facili da accertare, è il divieto di pantouflage (o revolving door) per i dipendenti pubblici che, dopo la quiescenza, esercitino ruoli o incarichi (sia a titolo oneroso che gratuiti) per enti e società private verso le quali abbiano esercitato “poteri autoritativi o negoziali” nei tre anni precedenti la cessazione dal servizio. Rientrando in altre parole agevolmente da una finestra dopo che si è chiusa la porta.

La normativa è chiara e prevede il citato “periodo di raffreddamento” di tre anni, dopo i quali il divieto espresso decade. Nemmeno molto in realtà, giusto il tempo perché l’amministrazione perda memoria cogente del funzionario collocato in pensione e delle attività da lui compiute: cosa che di solito avviene molto velocemente.

Le regole esistenti dipendono da note norme di legge (decreto legislativo n. 165/2001; legge n. 190/2012; decreto legislativo n. 39/2013) e sono state scandite con grande puntualità dall’ Anac (Linee guida n. 1 adottate con delibera n. 493 del 25 settembre 2024). Ma se non bastasse, per ogni dipendente pubblico l’osservanza dell’obbligo del divieto è riportata espressamente in chiaro nello stesso decreto di quiescenza. Tutto facile, no?

Sotto una dizione apparentemente innocua, che rinvia letteralmente alle ”porte girevoli” e al “mettersi in pantofole”, il pantouflage individua in realtà una tipologia di legame anomalo e viziato tra funzione pubblica e incarico privato che può condurre a conseguenze piuttosto gravi. 

Le sanzioni previste in caso di violazione del divieto, infatti, “hanno effetti sul contratto di lavoro dell’ex dipendente pubblico presso il soggetto privato nuovo datore di lavoro e sull’attività contrattuale dei soggetti privati che abbiano assunto o conferito un incarico all’ex dipendente pubblico”, tanto che “I soggetti privati che hanno concluso contratti o conferito incarichi in violazione del divieto non possono contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni” . 

La norma in questione coinvolge del resto aspetti essenziali in materia di prevenzione della corruzione, giacché “la ratio è quella di scoraggiare comportamenti impropri dei dipendenti pubblici che, facendo leva sulla propria posizione all’interno dell’amministrazione, potrebbero precostituirsi situazioni vantaggiose, con la prospettiva di un incarico/rapporto di lavoro presso l’impresa o il soggetto privato con cui entrano in contatto esercitando, per l’appunto, poteri autoritativi o negoziali”. Come recita insomma l’antica massima plutarchea, la moglie di Cesare non solo deve essere onesta ma deve anche essere al di sopra di ogni sospetto.

Sarebbe perciò opportuno che gli organi dell’amministrazione siciliana preposti alle attività di controllo anticorruzione e gli uffici da cui dipende l’erogazione di fondi a vantaggio di enti privati ponessero attenzione, con uno scrutinio attento dei fatti e delle posizioni giuridicamente qualificate, alla verifica di eventuali ipotesi di pantouflage. 

Basterebbe davvero poco : una richiesta a tutti gli enti in rapporto con l’amministrazione regionale, e massimamente a quelli sovvenzionati -spesso lautamente- dalla stessa Regione, di certificare l’inesistenza di incarichi attribuiti a dipendenti pubblici in pensione nell’ultimo triennio, o in alternativa degli estremi di conferimento di incarichi attribuiti a personale proveniente dai ranghi regionali. 

Si potrebbe magari “scoprire” che esistono casi di pantouflage talora persino esibiti a chiare lettere nello stesso curriculum di presentazione del ruolo societario assunto dall’ex dipendente pubblico. Naturalmente prima che i tre anni obbligatori del “periodo di raffreddamento” trascorrano senza che nessuno si accorga di nulla, ohibò, e che tutto finisca, come spesso accade e come si conta che succeda, a tarallucci e vino.

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Caterina Greco, archeologa.
Ha diretto il Museo Salinas di Palermo, il Parco di Selinunte, il Centro Regionale del Catalogo, la Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Agrigento. Ha operato anche nello Stato come Soprintendente Archeologo della Calabria e della Basilicata.

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