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AREE DI EMERGENZA: LE OMISSIONI DELLA REGIONE SICILIANA

Quando nell’agosto del 2024 dall’ospedale di Patti emerse l’immagine di un paziente con una gamba fratturata e immobilizzata con un cartone, non fu soltanto un episodio imbarazzante, ma piuttosto una radiografia impietosa dello stato emotivo e organizzativo di un sistema sanitario che avrebbe dovuto garantire almeno nell’emergenza standard minimi di affidabilità. Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana, reagì con prontezza comunicativa esemplare: ispezioni immediate, verifiche approfondite, e soprattutto l’annuncio dell’istituzione di una commissione tecnica incaricata di valutare lo stato dei pronto soccorso siciliani. Il 2 agosto 2024 nasceva così la Commissione regionale di valutazione dei Pronto Soccorso, composta da professionisti e dirigenti sanitari provenienti dalle principali aziende ospedaliere e dall’Assessorato alla Salute, con un mandato formalmente limpido: fotografare l’efficienza e l’operatività delle strutture di emergenza-urgenza, redigere relazioni dettagliate per ciascun presidio, indicare criticità e possibili interventi correttivi. 

Nulla da eccepire sul piano delle intenzioni dichiarate; anzi, la scelta apparve a molti come il segnale di una volontà di affrontare il problema in modo strutturale, sottraendolo alla contingenza dello scandalo mediatico. La commissione si riunì, lavorò, elaborò – secondo quanto riferito – una relazione articolata, inizialmente descritta come un report di circa quaranta pagine corredato da schede analitiche relative ai pronto soccorso regionali, documento che sarebbe stato consegnato all’Assessorato alla Salute alla fine del 2024. Oggi sappiamo qualcosa di più. La relazione – che secondo quanto emerso nei giorni scorsi consta di 21 pagine dense di rilievi tecnici – descriveva un quadro tutt’altro che rassicurante: disallineamento tra beni e presidi richiesti ed effettivamente ricevuti; carenze materiali che arrivavano a coinvolgere persino dispositivi essenziali; criticità strutturali tali da rendere “destinati a fallire” gli sforzi di contenimento delle infezioni in assenza di adeguati lavandini in alcune aree; sovraffollamento sistemico; carenza di personale medico e sanitario; migliaia di pazienti rimasti in attesa oltre le 72 ore e, in centinaia di casi, oltre otto giorni. Non si trattava dunque di un documento generico, ma di un atto d’accusa tecnico, redatto da medici e funzionari regionali, che fotografava criticità strutturali e organizzative. Un dossier che, per usare l’espressione giornalistica di questi giorni, “fa tremare i palazzi della Regione”.

A questo punto la vicenda assume i tratti dell’eterna commedia amministrativa nella quale l’atto conclusivo viene sistematicamente rimandato. Perché quel report, che avrebbe dovuto rappresentare la base conoscitiva per una riforma o almeno per un piano di miglioramento verificabile, non risulta pubblicato integralmente né facilmente reperibile sui canali istituzionali della Regione Siciliana. Non un link, non una conferenza stampa di presentazione, non un dibattito pubblico sui contenuti: il documento, se esiste nella forma descritta, è scivolato in una zona d’ombra che contrasta singolarmente con la solennità dell’annuncio originario. Si era instaurata – e oggi il termine appare ancora più pertinente – una patologia tipicamente italiana che in Sicilia ha assunto caratteristiche sistemiche: la “commissionite”, ovvero l’arte raffinata di istituire organismi tecnici quando il conflitto pubblico diventa troppo rumoroso, con l’effetto di raffreddare l’indignazione, guadagnare tempo e spostare l’attenzione dal fatto originario al processo di analisi. La commissione diventa così non tanto uno strumento di governo, quanto un dispositivo di neutralizzazione del dissenso: si istituisce, si annuncia, si lavora, e poi si deposita il risultato in una zona grigia dove l’urgenza iniziale si è già dissolta.

Nel gennaio 2025 Giovanna Volo lascia l’incarico di assessore alla Salute e Renato Schifani nomina Daniela Faraoni, con decreto formalizzato il 21 gennaio. La commissione viene convocata, doverosamente ringraziata e prontamente sciolta. Il passaggio istituzionale sarebbe stato lineare, se non fosse che la relazione finale non è stata resa pubblica, e lo scioglimento senza pubblicazione equivale, nei fatti, a interrompere la catena tra analisi tecnica e responsabilità politica. Oggi, alla luce delle dichiarazioni rese, il quadro si complica ulteriormente. Volo afferma di non avere secretato la relazione e di non averla neppure letta, sostenendo che sarebbe pervenuta dopo le sue dimissioni. Faraoni, dal canto suo, parla di documento “datato”, relativo a un’epoca precedente al suo insediamento, e sostiene che lo stato delle cose sarebbe stato “completamente superato” dagli interventi successivi.

Nel marzo 2026 la questione riemerge con un sussulto che non può essere liquidato come polemica marginale: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati e appartenente allo stesso schieramento politico del Presidente della Regione, presenta un’interrogazione al Ministro della Salute Orazio Schillaci, richiamando espressamente le criticità emerse dalla relazione. Non è l’opposizione a sollevare il caso; è un autorevole esponente della stessa area di governo. Quando una maggioranza si interroga pubblicamente su se stessa, il problema non può più essere derubricato a polemica di parte. Mulè richiama carenze di attrezzature – emogasanalizzatori, ecografi multidisciplinari, sistemi di telemetria, presidi per la ventilazione – e insiste su un punto elementare: la verità. L’assessorato, nel frattempo, ha trasmesso al ministero una nuova relazione in data 23 febbraio 2026, definita come atto interno di aggiornamento.

Ed è qui che l’intervista rilasciata ieri da Daniela Faraoni merita un’analisi non emotiva, ma rigorosa. Il tono è fin troppo bonario e conciliante, e l’assessora appare quasi infastidita dall’idea stessa che si possa ancora discutere di un documento “ormai datato”. La linea argomentativa è semplice: la commissione ha lavorato nel 2024, io mi sono insediata nel 2025; le criticità c’erano, ma sono state superate; abbiamo attivato 308 posti letto; abbiamo innovato; abbiamo investito; abbiamo introdotto regole; i dati aggiornati sono stati trasmessi al ministero. In sostanza, l’usuale supercazzola priva di pezze di appoggio a giustificarla ma utile per sollevare una cortina di fumo sulla realtà. Ma alla domanda cruciale – perché la relazione non è stata pubblicata? – la risposta scivola sistematicamente di lato. Non si chiarisce chi abbia deciso la non pubblicazione, con quale atto formale, per quale ragione giuridica o amministrativa. Si preferisce spostare il fuoco sull’oggi, sulla presunta inattualità del documento, sulla necessità di non rappresentare i pronto soccorso come “un avamposto di Gaza”. È un atteggiamento che definire ingenuo sarebbe generoso. È, piuttosto, un modo elusivo di sottrarsi al punto dirimente: la trasparenza non dipende dall’attualità del contenuto. Un documento tecnico prodotto da una commissione regionale, istituita con atto pubblico per verificare criticità in strutture di emergenza, non diventa irrilevante perché trascorre un anno. Se è superato, lo si dimostri pubblicandolo integralmente insieme all’aggiornamento. Se è parziale, lo si integri. Ma non lo si sottragga al vaglio pubblico con un sorriso vacuo e con l’argomento, francamente debole, della sua “datazione”. Ancora più significativo è il passaggio finale dell’intervista: la nuova relazione del 23 febbraio 2026 viene qualificata come “atto interno”. Atto interno, come se la fotografia dello stato dei pronto soccorso regionali, oggetto di un’interrogazione parlamentare, fosse materia da circolare riservata tra dirigenti, e non questione di interesse pubblico primario. L’impressione che si ricava è quella di una gestione comunicativa che oscilla tra il minimizzare e il ridicolizzare, tra il rassicurare e il derubricare, evitando accuratamente il confronto documentale. Un atteggiamento fin troppo disinvolto rispetto alla gravità dei temi trattati. Non si governa con l’ironia implicita verso chi solleva il problema; si governa assumendolo e documentando le soluzioni.

A questo punto la responsabilità politica non è distribuibile in modo indistinto. Renato Schifani ha annunciato la commissione, ne ha rivendicato l’istituzione come atto di rigore, ha guidato la comunicazione sanitaria della Regione e ha nominato l’assessore subentrante. Se la relazione non è stata pubblicata, se non è stata posta al centro di un confronto istituzionale, se non è stata utilizzata per presentare un piano dettagliato di interventi correttivi con tempistiche e indicatori verificabili, la responsabilità ricade inevitabilmente sulla guida politica della Regione.

Se la commissione ha individuato carenze – e oggi sappiamo che le ha individuate – esse dovevano essere rese note e affrontate alla luce del sole. Se invece il sistema era sostanzialmente adeguato, la pubblicazione del documento avrebbe rafforzato la posizione del governo regionale. La scelta di non rendere disponibile la relazione lascia invece spazio a un interrogativo legittimo: la commissione è stata uno strumento di governo o un dispositivo di dilazione?

L’immagine dell’arto fratturato immobilizzato con un cartone a Patti, che avrebbe dovuto essere un punto di svolta, rischia così di trasformarsi nel simbolo di una gestione nella quale la risposta immediata è l’annuncio, la risposta intermedia è la commissione, e la risposta finale – la pubblicazione, la rendicontazione, l’assunzione piena di responsabilità – rimane sospesa. Finché la relazione della Commissione regionale sui pronto soccorso siciliani non sarà pubblicata integralmente, insieme all’aggiornamento del 23 febbraio 2026, senza omissis e senza qualificazioni riduttive come “atto interno”, ogni rivendicazione di efficienza resterà inevitabilmente sospesa. La trasparenza non è un gesto facoltativo né un fastidio da liquidare con leggerezza: è il fondamento stesso della responsabilità pubblica. E su questo terreno, oggi, la Regione Siciliana deve ancora fornire una risposta chiara, documentata e verificabile.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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