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L’ATENE DI ARISTOFANE COME AGRIGENTO OGGI: MUORE LA DEMOCRAZIA

Sembrerebbe strano. Ma mettere in relazione l’Atene di Aristofane – in particolare I Cavalieri – con l’attuale condizione di Agrigento consente di illuminare, con la forza del paradosso comico, alcune dinamiche strutturali che attraversano le democrazie in crisi, ieri come oggi.

Ne I Cavalieri il Popolo è sovrano solo in apparenza: è lusingato, nutrito di promesse elementari, blandito nei bisogni primari. È pigro non solo per natura, ma anche per stanchezza democratica. Agrigento oggi mostra tratti analoghi: una cittadinanza spesso esausta, rassegnata, talvolta indifferente, che ha smesso di pretendere visione e si accontenta di annunci, eventi, micro-benefici o narrazioni identitarie (Capitale della Cultura, grandi opere, proclami) che non incidono sulla qualità reale della vita urbana.

Paflagone mente, urla, semplifica; il Salsicciaio vince perché è più volgare, più diretto, più “vicino alla pancia”. Aristofane non salva nessuno: denuncia un sistema politico che seleziona il peggio perché il peggio è più efficace nel consenso immediato.

Ad Agrigento – come in molte città del Sud – la politica locale spesso oscilla tra: retorica dell’emergenza permanente (strade, acqua, rifiuti); assenza di programmazione strutturale; leadership che comunicano molto e governano poco. Il risultato è una città che sopravvive, ma non si trasforma.

Esattamente come l’Atene “sporca e maleodorante” descritta da Aristofane. L’immagine e ‘ quella di un’Atene degradata non è un dettaglio estetico: è una metafora politica. Quando lo spazio pubblico si degrada, anche il dibattito pubblico si imbarbarisce.

Al riguardo Agrigento soffre di spazi pubblici trascurati, infrastrutture incompiute, mobilità fragile, patrimonio culturale non integrato nella vita quotidiana. Come nell’Atene di Aristofane, il declino materiale diventa il terreno ideale per il declino della politica, che rinuncia alla complessità e si rifugia nella caricatura.

Il punto decisivo è questo: Aristofane non è un reazionario, ma un difensore radicale della democrazia, proprio perché ne mostra le degenerazioni. La sua satira è un atto di responsabilità civile e, applicato ad Agrigento, il suo sguardo ci dice che: non basta denunciare i “cattivi governanti”, occorre interrogarsi sul rapporto tra cittadini e potere, sulla rinuncia collettiva alla partecipazione informata, sulla sostituzione della politica con lo spettacolo.

Infatti come allora, anche oggi: la democrazia non muore per colpi di Stato, ma per assuefazione, per cinismo, per abbassamento delle aspettative. Perché Aristofane parla ad Agrigento: perché ci ricorda che ridere del potere è inutile se non si recupera il senso del bene comune.

Comparare Agrigento all’Atene di Aristofane non è un esercizio colto, ma un atto politico. Significa affermare che la crisi non è solo amministrativa, ma culturale e democratica. E che senza una cittadinanza vigile, critica e partecipe, il rischio non è solo avere cattivi governanti, ma meritare cattive commedie al posto di una buona politica.

ALESSIO LATTUCA
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Alessio Lattuca, imprenditore, è presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa. Ha fondato il Movimento per la Sostenibilità e si batte da molti anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco, e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.

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