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PENSAVAMO CHE LA STORIA NON POTESSE RIPETERSI. MA NON E’ COSI’.

Avevamo immaginato un mondo diverso: il lento consolidamento delle democrazie liberali, la progressiva marginalizzazione dei sovranismi e dei populismi, l’idea confortante che certi esperimenti politici fossero stati archiviati insieme alle tecnologie obsolete. Invece no. La vita si è incaricata di smentirci con tremenda puntualità.

Donald Trump, che molti avevano liquidato come una parentesi folkloristica della storia americana, si è rivelato un capitolo strutturale del terzo millennio, non un incidente, ma, purtroppo, un nuovo modello di comportamento

In politica nazionale, l’ossessione per il nemico interno – giudici, stampa, università, scienziati, funzionari – si è trasformata in una pedagogia dell’obbedienza: ogni istituzione è legittima solo se non disturba il capo. Se lo limita, allora è “corrotta”. Per non parlare di quello che sta succedendo a Minneapolis. UNA MILIZIA PRIVATA, perchè di questo si tratta, direttamente alle dipendenze di Trump, UCCIDE PER STRADA, senza aver nulla da temere. Con vere e proprie esecuzioni che ricordano quelle dell’ISIS. 

Sul piano internazionale, l’America che parlava di regole e di democrazia, talvolta con ipocrisia ma con formale rispetto delle regole del gioco diplomatico e politico, ora parla di anessioni, disprezza e distrugge il diritto internazionale. Gli alleati diventano scrocconi, i trattati carta straccia, la diplomazia una variante dei talk show.

E come in ogni franchise di successo, al protagonista si affiancano gli imitatori. Un numero crescente di dittatorelli, ducetti e apprendisti uomini forti di ogni continente ha deciso che il trumpismo è una lingua franca: meno diritto, più slogan; meno istituzioni, più narrazione; meno complessità, più nemici. Si riconoscono a distanza, si fanno l’occhiolino nei vertici internazionali, si legittimano a vicenda come membri onorari della confraternita dell’egocentrismo celodurista.

In questo coro stonato spicca, per zelo applicativo, l’ineffabile Giorgia. Detta anche Giorgia l’equilibrista, tra il cuore e la necessaria ragion di Stato. Perchè il suo cuore batte per Trump, ma non può schierarsi contro l’Europa; nell’anima rimane la Giorgia dei comizi vocianti alla “Dio, Patria e Famiglia”, ma poi è costretta a manovre economiche che la Fornero, al confronto, era lassista. Una leader che flirta con Trump come si flirta con il capo della banda: dicendo che non si condivide tutto, ma ammirando apertamente il metodo. Non è un’alleanza politica, è una parentela stilistica: stessi toni, stessi nemici, stessa idea che il consenso sia un plebiscito permanente contro qualcuno.

Ci troviamo in un mondo in cui il presidente degli Stati Uniti può parlare di confini come di muri emotivi, di guerra come di un investimento sbagliato, di pace come di una gentile concessione personale. Un mondo in cui la parola “verità” è diventata opzionale e la memoria storica un intralcio. Ma lui, che a suo dire ha giá risolto in un anno di mandato presidenziale otto guerre pur non ottenendo per questo il meritato Nobel per la pace che si attendeva, porta avanti imperterrito un modello politico che sa più di sindrome paranoide che di realpolitik.

L’errore principale, fra i tanti di chi nato nella seconda metà del ventesimo secolo non aveva mai conosciuto a casa propria fascismi e guerre, è stato quello di pensare che certi esiti fossero impossibili. La storia, quando la si considera conclusa, trova sempre il modo di tornare sotto forma di caricatura. Trump non è l’anomalia: è il sintomo. Di una politica che ha scoperto che la semplificazione vende, che l’aggressività fidelizza, che la paura mobilita meglio della competenza. Così, mentre eravamo occupati a fare altri piani – transizioni ecologiche, cooperazione globale, progresso graduale – la vita ci ha consegnato un’agenda diversa: spiegare perché ciò che davamo per acquisito non lo è più.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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