Renato Schifani ha utilizzato l’inaugurazione della Casa della Comunità di Monreale quale cornice per presentare lo stato di avanzamento della Missione 6 Salute del PNRR in Sicilia. Quanto egli ha merita una lettura attenta, perché la distanza tra ciò che viene detto e ciò che quei dati realmente significano sul piano assistenziale è tutt’altro che trascurabile.
L’inaugurazione della Casa della Comunità di Monreale è un fatto reale e positivo. Nessuno mette in discussione il valore simbolico e, potenzialmente, anche funzionale di una struttura di prossimità in un territorio che ne ha bisogno. Ma già nelle prime righe del comunicato c’è uno slittamento semantico rilevante: la struttura viene presentata come destinata ad “alleggerire il peso sugli ospedali”. Questa non è una descrizione di uno stato di fatto, ma una proiezione di risultato. Una Casa della Comunità alleggerisce gli ospedali solo se è pienamente operativa, cioè se dispone di personale stabile, servizi diagnostici di base, percorsi clinici attivi, integrazione con le Centrali operative territoriali e reale accessibilità per i cittadini. Di tutto questo, nel comunicato non viene fornita alcuna informazione. Non si parla di organici, di orari, di tipologia di prestazioni, di volumi di attività. Si parla solo dell’esistenza della struttura.
Il cuore della comunicazione si fonda poi sul richiamo al report dell’Unità di missione per il PNRR, indicata con la sigla UMPNRR, cioè la struttura amministrativa regionale incaricata del monitoraggio dei progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il report viene definito una “fotografia puntuale” dello stato di avanzamento. Ma chi ascolta o legge le parole di Schifani non ha accesso a questa fotografia: non è allegata, non è citata con data o protocollo, non se ne conoscono i criteri di valutazione. Il report viene evocato come fonte di autorevolezza, ma resta invisibile. In questo modo la verifica indipendente è di fatto impossibile. I numeri complessivi vengono elencati con precisione: 638 milioni di euro, 247 opere infrastrutturali, 301 grandi apparecchiature, 29 Dipartimenti di emergenza e accettazione digitalizzati. Non c’è motivo di ritenere che questi numeri siano inventati. Il problema non è la loro veridicità formale, ma il significato che viene loro attribuito. In sanità, un investimento non coincide con un risultato. Un’apparecchiatura acquistata non è automaticamente un servizio reso. Una struttura ristrutturata non è automaticamente un presidio funzionante.
Il passaggio sulle Case della Comunità è particolarmente istruttivo. Su 146 strutture programmate, 8 risultano operative. Cinquantatré hanno i lavori conclusi ma non sono ancora attive, ottantacinque sono in fase di completamento. Dunque, al momento della comunicazione, oltre il 94% delle Case della Comunità non è operativo. Eppure, il quadro viene definito “pienamente in linea con le scadenze”. Dal punto di vista del cronoprogramma edilizio questa affermazione può essere corretta. Dal punto di vista dell’assistenza territoriale, il sistema delle Case della Comunità è sostanzialmente ancora in costruzione. La comunicazione fonde due piani diversi: quello amministrativo e quello clinico-assistenziale, come se fossero equivalenti.
Lo stesso schema si ripete per le Centrali operative territoriali. Si afferma che il target delle centrali pienamente funzionanti è stato raggiunto in tutte le province. Ma nello stesso testo si precisa che quattro centrali nel Trapanese sono ancora provvisorie e verranno sostituite entro il 2026. Anche qui il target PNRR può essere formalmente rispettato, ma la stabilità organizzativa e strutturale è ancora incompleta. Nulla viene detto sui carichi di lavoro, sui tempi di risposta, sull’integrazione con ospedali e servizi territoriali. Si afferma che le centrali esistono, ma non che funzionino in modo misurabile.
Il capitolo sugli Ospedali di comunità rende ancora più evidente questo scarto. Su 39 strutture previste, una sola è operativa, sette sono in fase di prossima attivazione, le altre sono in costruzione. Eppure il quadro complessivo viene definito coerente con le tempistiche. È una coerenza che riguarda i cantieri, non i pazienti. Oggi, per la quasi totalità dei cittadini siciliani, gli Ospedali di comunità sono ancora una prospettiva, non una risorsa reale.
Situazione analoga per gli ospedali sicuri e sostenibili: un solo presidio operativo su dodici. Anche in questo caso, il dato amministrativo viene presentato come se avesse già un impatto sistemico.
La digitalizzazione dei Dipartimenti di emergenza viene descritta come completata nelle fasi di collaudo. Ma chiunque lavori in sanità sa che tra un sistema collaudato e un sistema realmente utilizzato, integrato e affidabile esiste spesso una distanza significativa. Il collaudo certifica che un sistema può funzionare, non che stia effettivamente funzionando in modo efficace nei processi quotidiani.
Il punto più delicato riguarda le grandi apparecchiature. Si afferma che l’incremento delle apparecchiature garantirà un concreto beneficio ai pazienti e contribuirà in modo significativo alla riduzione delle liste d’attesa. È un’affermazione che appare ragionevole solo a una lettura superficiale. Le liste d’attesa dipendono in larga misura da fattori organizzativi e professionali: disponibilità di medici e tecnici, turnazioni, gestione delle agende, appropriatezza prescrittiva, integrazione dei sistemi di prenotazione. Le apparecchiature sono strumenti, non soluzioni automatiche. Senza un adeguato contesto organizzativo, restano sottoutilizzate o utilizzate in modo inefficiente.
Nel complesso, il discorso del Presidente Schifani costruisce una rappresentazione in cui il rispetto dei target PNRR viene implicitamente assimilato al miglioramento della sanità. Ma i target PNRR sono indicatori amministrativi di avanzamento dei progetti, non indicatori di esito clinico o di qualità assistenziale. Il passaggio dall’uno all’altro non è automatico e, soprattutto, non è immediato. La sensazione che se ne ricava è di una narrazione che scambia sistematicamente l’infrastruttura per il servizio, il cantiere per l’assistenza, il collaudo per il beneficio, il cronoprogramma per il risultato. È una comunicazione coerente con la logica del finanziamento europeo e della autocelebrazione della capacità a gestirlo, ma molto meno coerente con la logica della sanità reale che è fatta di persone, di percorsi, di organizzazione, di continuità assistenziale.
La Missione 6 rappresenta senza dubbio una grande occasione per il sistema sanitario siciliano. Ma proprio per questo richiederebbe una comunicazione capace di distinguere con chiarezza ciò che è già operativo, ciò che è in fase di completamento e ciò che è ancora solo programmato. Nel testo presentato in occasione dell’inaugurazione di Monreale, questa distinzione tende a dissolversi. Il risultato è una narrazione rassicurante, tecnicamente corretta sul piano amministrativo, ma profondamente ambigua sul piano assistenziale.
Non c’è bisogno di giudizi morali per cogliere questa ambiguità. È sufficiente leggere con attenzione le percentuali di strutture realmente operative, confrontarle con le affermazioni sugli effetti sistemici e osservare come il linguaggio trasformi continuamente il futuro in presente e il possibile in già realizzato. In sanità, però, tra ciò che è costruito e ciò che cura esiste una differenza che nessuna retorica, per quanto ben costruita, può cancellare.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


