Negli ultimi giorni, tra conferenze di fine anno e interviste accuratamente calibrate, il presidente Schifani ha dato l’impressione di voler finalmente “dire le cose come stanno”. Il sistema delle nomine in sanità non ha funzionato. La politica ha invaso la gestione. Ci sono stati errori. Frasi vere, persino condivisibili. Il problema non è ciò che viene detto, ma quando, come e soprattutto a cosa serve dirlo adesso.
La sanità è il perno di questa operazione. È il settore in cui tutto è oggettivamente andato male e quindi quello più spendibile come prova di “coraggio riformatore”. Ma è anche il settore in cui l’arte dell’omissione raggiunge livelli professionali. Si dice che il sistema non ha funzionato “nel tempo”, senza mai specificare che quel tempo coincide quasi perfettamente con l’attuale legislatura. Si parla di interferenze politiche come se fossero un’eredità archeologica, quando invece le nomine, le conferme, le attese e perfino i vuoti sono tutti riconducibili a scelte precise, fatte da chi oggi scopre improvvisamente il problema.
Il caso dell’Asp di Palermo è emblematico. Undici mesi senza un manager alla guida della più grande azienda sanitaria dell’Isola non sono un dettaglio amministrativo, sono una decisione politica. Eppure nel racconto ufficiale quei mesi evaporano. La notizia non è il vuoto, ma la “stabilità ritrovata”. Così come il caso dei referti istologici di Trapani diventa lo scandalo di un sistema che non ha funzionato, mai la conseguenza di segnalazioni ignorate, di PEC note ai vertici, di una catena di responsabilità che saliva fino all’assessorato e oltre. L’errore c’è, ma è sempre di qualcun altro. Il contesto pure, ma è neutro. Il presidente osserva, prende atto, corregge. Sempre dopo.
In questo quadro si inserisce la promessa, francamente risibile, di istituire una nuova commissione di saggi per selezionare i manager della sanità. Come se il problema fosse lo strumento e non chi lo ha usato. Come se la commissione precedente non fosse stata nominata dallo stesso presidente, ma da un’entità terza, imprevedibile, forse da un gatto entrato per sbaglio a Palazzo d’Orléans. È il trionfo della riforma cosmetica: si cambia il meccanismo per non cambiare la responsabilità. Si ammette che la politica ha invaso la sanità, ma si dimentica di dire che quella politica ha un nome, un indirizzo e una firma.
Il caso dei “comandati” negli uffici regionali, con cognomi pesanti e conflitti di interesse evidenti, mostra il limite ultimo di questa strategia. Si annuncia lo stop, si parla di rigore, poi si apre alla valutazione caso per caso. Tradotto: la regola vale, purché non disturbi equilibri delicati. Il presidente indica una linea, ma il sistema che dovrebbe essere corretto resta sostanzialmente intatto. Ancora una volta, l’intervento arriva dopo lo scandalo, mai prima.
Intanto il valzer delle nomine riparte. Lentamente, con prudenza, presentato come atto di normalizzazione e di valorizzazione delle competenze e dei meriti (quali, verrebbe da chiedersi…). Non vissuto come correzione di errori catastrofici, ma come semplice avanzamento dell’agenda. Anche qui, nessuna autocritica vera: la paralisi viene archiviata come attesa, l’incertezza come complessità, il ritardo come prudenza. Tutto è riletto in funzione di una nuova narrazione, quella del presidente che rimette ordine dopo il caos.
Lo stesso schema si ritrova fuori dalla sanità, con una coerenza che merita di essere sottolineata. Sull’acqua e sui dissalatori, ad esempio, il racconto è quello della soluzione finalmente in arrivo. Gli impianti vengono evocati come risposta strutturale alla crisi idrica, mentre si tace sul fatto che arrivano dopo anni di inerzia, senza una vera strategia sulle reti colabrodo, sulla dispersione, sulla manutenzione degli invasi. L’emergenza idrica viene trattata come un evento improvviso, quasi atmosferico, non come l’esito prevedibile di scelte mancate. Anche qui, l’annuncio copre il ritardo, la promessa cancella la responsabilità.
Sull’economia e sull’occupazione il gioco diventa ancora più raffinato. Si citano le certificazioni delle agenzie di rating, si esibiscono dati sull’occupazione in crescita, si parla di cassa integrazione in diminuzione. Tutto vero, selettivamente vero. Perché manca sistematicamente il contesto: la qualità del lavoro, il peso del precariato, l’emigrazione giovanile che continua a svuotare la Sicilia delle sue competenze migliori. L’occupazione cresce, ma non si dice come, dove e per quanto. È una verità che funziona solo se non si guarda troppo da vicino.
In mezzo a tutto questo, il rimpasto di giunta assume il suo vero significato. Due assessorati liberi e numerosi manager di aziende sanitarie mancanti all’appello da centinaia di giorni non sono anomalie da sanare, ma una riserva di munizioni politiche. Tenerli in sospeso consente di non esporsi, di non scontentare troppo presto, di avere margine quando servirà. Il rimpasto non è lo strumento per migliorare il governo, ma per riscrivere la storia del governo. Chi entrerà sarà la svolta; chi uscirà diventerà l’errore corretto. La responsabilità si sposta con le persone, mai con le decisioni.
Il distanziamento dal cuffarismo si inserisce perfettamente in questo schema. Non è una rottura politica, è una messa in sicurezza narrativa. Non si dice che quel modello fosse sbagliato e disonesto in sé, ma che oggi non è più compatibile. È una presa di distanza senza rinuncia, che consente di usare il passato come spiegazione di ciò che non va, senza dover spiegare perché lo si è governato insieme fino a ieri. Anche qui, nessuna menzogna frontale, solo una gestione accorta della memoria.
Questo modo di agire non è casuale nè sconnesso. È una sequenza logica e coerente che ha un obiettivo preciso: arrivare al momento in cui il centrodestra dovrà scegliere il candidato per il secondo mandato con una narrazione già pronta. Un racconto in cui il presidente appare come colui che ha visto gli errori, li ha ammessi, ha preso le distanze, ha corretto la rotta. Se qualcosa non ha funzionato, è perché altri non erano all’altezza della sua visione. Gli assessori sono sostituibili, i dirigenti sacrificabili, le stagioni politiche precedenti improvvisamente imbarazzanti.
Non serve mentire apertamente per costruire questo racconto. Basta omettere ciò che collegherebbe le scelte ai decisori, i tempi ai nomi, le promesse agli atti. È una strategia efficace, soprattutto quando il tempo stringe e la partita vera non è più il governo dell’Isola, ma la legittimazione a restare al comando. Il problema, come sempre, non è ciò che viene detto, ma ciò che viene lasciato fuori, che prima o poi tende a riaffiorare.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


