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PROGRAMMAZIONE, QUESTA SCONOSCIUTA. E A SANT’AGATA SI CHIUDE UN REPARTO

C’è un modo molto italiano, e molto elegante, di smantellare la sanità pubblica: non chiudi nulla, non firmi niente, non ti assumi responsabilità. Aspetti. Lasci che il tempo faccia il lavoro sporco al posto tuo. Un reparto non si chiude: si spegne. Come una luce dimenticata accesa troppo a lungo.

Sta succedendo così all’Unità Operativa di Talassemia e Microcitemia dell’ospedale di Sant’Agata di Militello. Non per una scelta dichiarata, non per una riorganizzazione ragionata, non per un atto di coraggio politico. Ma per un pensionamento annunciato da anni e per una sostituzione mai prevista. Non un incidente. Una rinuncia.

Il pensionamento, per definizione, non è una calamità naturale. Non arriva all’improvviso come un terremoto o un’alluvione. È scritto nei calendari, nei fascicoli, nelle agende delle direzioni sanitarie. Quando non si governa un evento certo, il problema non sono le risorse che mancano: è il governo che non c’è.

Eppure qui non parliamo di un ambulatorio marginale, di una funzione accessoria. Il centro di Sant’Agata opera da oltre trent’anni ed è un presidio vitale per un territorio fragile come quello dei Nebrodi. Garantisce ogni anno circa millecinquecento sacche di sangue, segue pazienti che hanno bisogno di trasfusioni salvavita ogni dodici o ventuno giorni, gestisce terapie complesse, farmaci ad alta prescrittività, piani ferrochelanti, screening di prevenzione. È l’unico centro dell’ASP di Messina abilitato per alcune funzioni essenziali. Non un lusso. Una necessità.

I numeri – che in sanità dovrebbero contare più delle chiacchiere – parlano chiaro: sessanta pazienti talassemici in terapia trasfusionale cronica, cinquanta in terapia ferrochelante, quaranta con emopatie croniche e acute, altri ancora seguiti con farmaci AIFA ad alta complessità. Un carico assistenziale continuo, delicato, non trasferibile con un colpo di penna. Ammesso che qualcuno abbia avuto la decenza di impugnare quella penna.

Il paradosso è tutto qui. La Sicilia ha un registro aggiornato, leggi dedicate, reti assistenziali sulla carta. Oltre duemilasettecento pazienti talassemici censiti, più di duecento nella sola provincia di Messina. L’età media cresce, i bisogni aumentano, la cronicità richiede stabilità. E mentre i documenti certificano tutele, nella vita reale i servizi vengono lasciati morire per distrazione programmata.

La domanda è brutale e semplicissima: dove dovrebbero andare questi pazienti se Sant’Agata chiude? Messina? Palermo? Catania? Con quali atti, quali potenziamenti, quali garanzie di continuità? A oggi non esiste nulla. Nessuna delibera, nessun piano, nessuna comunicazione. Solo l’idea, molto concreta, di viaggi lunghi e ripetuti ogni due settimane per persone fragili, con un peggioramento certo della qualità di vita e un aumento dei rischi clinici.

Non chiamatela riorganizzazione. Non chiamatela razionalizzazione. È un’interruzione di cure salvavita ottenuta per inerzia. Un sistema che funziona finché resiste un singolo medico non è sotto stress: è strutturalmente irresponsabile. E quando un reparto della rete regionale viene lasciato spegnere così, il messaggio è chiaro: la continuità delle cure non è una priorità.

Qui non si chiede pietà. Si chiede responsabilità. Si chiede di sapere perché, nel 2025, in una Regione che proclama di tutelare i pazienti cronici, la vita di decine di persone possa essere messa a rischio non da una scelta esplicita, ma dall’incapacità di programmare l’ovvio.
Il silenzio, a questo punto, non è neutro. È già una risposta.

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Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.

ANTONIO CRAXI'

Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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