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MA CHE CITTADINI AVREMO DOMANI CON LA DITTATURA DELLA DIGITALIZZAZIONE?

Chi sono questi nuovi studenti universitari telematici? Giovani, magari lontani dalle sedi universitarie classiche e senza le risorse per studiare fuori sede? Professionisti che cercano di studiare per migliorare le proprie condizioni di lavoro? Oppure, dipendenti della pubblica amministrazione a caccia di un titolo utile per la carriera? Una cosa è certa. Sono soli, davanti al loro personal computer. La loro formazione è fondamentalmente, o solo, funzione dell’impresa o della carriera personale.

Nessuna esperienza di socialità o di cittadinanza attiva, nessuna assemblea studentesca, nessun gruppo di lavoro anni 70 del novecento. Quanto di questa assenza di socialità si trasforma in lobbismo se non in egoismo?

Giovani generazioni cresciute di fronte a uno schermo telefonico, abituate a comunicare a distanza, con emoticon, immagini, poche, limitate neo-parole. Amate dai follower o dannate dagli haters, nessuna via di mezzo. Il silenzio dell’inviare e del ricevere messaggi vocali.

Perché mai dovranno votare, un giorno? Per chi mai dovranno farlo? Sono così abituati a seguire le istruzioni. Come potranno costruirsi un’opinione? In Italia meno di un giovane (18-34 anni) su 5 legge un quotidiano cartaceo settimanalmente, il resto preferisce fonti digitali, non sempre affidabili e non filtrate da un serio giornalismo. È più disinteressato che in passato alla “firma”.

In Europa e negli Stati Uniti va anche peggio, un rapporto del Parlamento Europeo indica che il 96% dei giovani della UE usa internet, per lo più il telefono cellulare, per informarsi. Perché stupirsi se un grande gruppo lascia la proprietà di quello che per un certo tempo è stato il primo quotidiano Italiano? Perché, peggio ancora, stupirsi della crescita esponenziale delle università telematiche?

Durante la mia generazione si immaginava che il video sarebbe diventato quel dittatore immaginato da Orwell. Ma il titolo del suo libro era 1984. L’epoca d’oro della TV, infatti. Oggi e, ancora di più, domani, è lo schermo che ci portiamo appresso a definire e a rendere controllata la nostra vita, di consumatori digitali.

D’altra parte, la notizia che sembra arrivare dagli USA è sconvolgente. Si dovranno, pare, rendere disponibili i propri social per ottenere il visto di ingresso. E chi non li avesse? Semplicemente è un fuori legge, fuori dal branco, un outlyer. Questi futuri studenti telematici, consumatori digitali, che cittadini saranno mai? D’altra parte, non si era mai visto un Ministro dell’Università dare dei “poveri comunisti” a degli studenti che legittimamente e senza violenza, protestavano.

Un Ministro consapevole di avere in mano la patata bollente dei risultati dei test del semestre filtro di medicina (che poi è un trimestre), deve discutere, mettendo in discussione il metodo, rispetto ai fatti. Chi ce la fa, bene, chi non ce la fa, bene lo stesso! Quale studente ha mai immaginato di passare nello stesso giorno un esame di chimica, biologia e fisica? Non sarebbe stato più ragionevole fare appelli separati?

Ma non è evidente che tutto questo mettersi insieme di economia digitale e potere, guarda la copertina del TIME di fine 2025, vuole, pretende cittadini-consumatori digitali passivi? L’economia si è mangiata la politica e non solo non è interessata al fatto che il 50-60% non vota più in democrazia, ma, forse, sarebbe ben lieta che questa percentuale aumentasse.  

Il rischio che la digitalizzazione, in ogni campo, si trasformi in una voragine tra cittadino e Stato, è evidente. Istruzione, cinema, arte si devono normalizzare, occupare, addomesticare. I professori sono cattivi Maestri, i magistrati ritardano l’azione politica, i giornalisti fanno domande scomode. Chi controlla il manovratore?

Paolo Inglese
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Professore ordinario di Coltivazioni Arboree. Delegato per le attività di valorizzazione dei beni culturali, storici, monumentali e del brand dell'Università di Palermo. Per anni, Direttore del Sistema Museale di Ateneo.

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