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SCHIFANI E LA LOTTA ALLE DIPENDENZE: POCA SPESA, NESSUNA RESA

In Sicilia siamo abituati a riforme che nascono in conferenza stampa e poi evaporano quando devono diventare servizi. La legge sulle dipendenze non fa eccezione. Anzi, è un caso scolastico: un impianto teorico anche interessante, una narrazione trionfale, un elenco di sigle e di tavoli che potrebbe riempire un congresso… e poi, una volta scesi sul terreno, poco o niente. È lo iato fra intenzione e realtà che colpisce più di ogni altra cosa.

La Regione ha messo nero su bianco una riforma ambiziosa, la L.R. 26/2024, accompagnata da un impegno finanziario che viene ripetuto come un mantra: 23 milioni di euro nel triennio, risorse regionali — non PNRR — cui si affiancano appena 4 milioni FSE per i percorsi di reinserimento. Numeri importanti sulla carta. Il problema è che, per ora, restano sulla carta. Con una certa leggerezza si parla di “attuazione secondo i tempi previsti”, ma gli stessi comunicati di Palazzo d’Orléans ammettono che si sta “recuperando il tempo perduto”. Una frase che basterebbe da sola a scrivere il bilancio della riforma.

Tutta l’architettura istituzionale è ormai costituita: CRID, TaRCoPaD, RReDD, insomma un’intera liturgia di organismi. Ma sono organismi più nominati che visibili. Hanno sigle, composizione, compiti vaghi tranne che nei comunicati entusiasti, ma nella realtà quotidiana dei servizi è difficile trovare tracce concrete del loro lavoro. È la tipica riforma che produce soprattutto riunioni, mentre i servizi territoriali restano esattamente com’erano.

Il capitolo più celebrato — quello delle “unità mobili” — è un buon esempio del divario fra propaganda e fatti. Secondo gli annunci, ogni ASP dovrebbe essere provvista di un mezzo operativo entro dicembre. Ma oggi, fine novembre, solo cinque province lo hanno realmente attivo; le altre quattro aspettano l’avvio tra il 1° e il 15 dicembre, sempre che i tempi vengano rispettati. Alcune delle unità già funzionanti, poi, non sono affatto nuove: sono servizi SerD già esistenti, ribattezzati per l’occasione. Una ricollocazione cosmetica più che un potenziamento reale.

Anche i famosi “centri ad alta soglia”, nove, uno per provincia, vengono dichiarati “definiti” come se fossero pienamente operativi. Ma nessuno ha ancora visto un elenco pubblico, con indirizzi, équipe, funzioni, orari, capacità di presa in carico. Esistono come concetto, non come struttura. E la distanza fra definizione formale e servizio reso è, ancora una volta, tutta sulle spalle dei cittadini che cercano un percorso di cura e trovano più comunicati che porte aperte.

Sul versante opposto della rete, la “bassa soglia”, siamo addirittura allo stato embrionale. Gli standard per i drop-in sono stati appena fissati da un decreto inter-assessoriale, ma i servizi non esistono ancora. La Regione è nella fase delle “interlocuzioni con i Comuni”: un eufemismo che in linguaggio amministrativo significa che passeranno mesi prima di vedere un centro aperto, e forse anche di più per vederne uno funzionante.

Poi c’è la questione forse più importante e certamente la più trascurata: i SerD, cuore vero di qualsiasi sistema serio sulle dipendenze. Sono da anni sotto organico, oberati, con differenze territoriali pesanti. La riforma li cita in ogni paragrafo, ma finora non ha portato un solo segnale tangibile di rafforzamento. Nessuna assunzione strutturale, nessun potenziamento visibile. Una riforma delle dipendenze che non comincia dai SerD è un paradosso, eppure eccoci qui.

Infine, il capitolo del reinserimento sociale e lavorativo. È uno dei punti più delicati: senza reinserimento non c’è cura che tenga. Bene: su questo fronte, in due anni, non è stato avviato neanche un programma. Esiste un annuncio — quattro milioni FSE dedicati — ma progetti attivi zero. Eppure proprio questo dovrebbe essere l’indicatore principe dell’efficacia della riforma: non quanti decreti si firmano, ma quante persone htornano a una vita stabile.

E il PNRR? È stato evocato più volte, ma nei fatti non c’entra: non finanzia nulla della riforma. Fa da sfondo, non da motore. La grande operazione “anticrack” è pagata interamente dalla Regione, con l’aggiunta del piccolo fondo FSE. La narrazione di una Sicilia che “aggancia il PNRR per potenziare i servizi” resta un esercizio retorico, o peggio ancora una spiritosa invenzione.

Il risultato complessivo è un sistema ancora larvale: le strutture istituzionali esistono, gli atti sono firmati, le risorse sono annunciate, ma i servizi — quelli veri, quelli che fanno la differenza — o non ci sono o sono in fase di avvio, o sono vecchi servizi ricollocati sotto un’etichetta nuova. In definitiva, un grande apparato normativo che però non si traduce in un sistema che funzioni efficacemente. La Regione, nella persona del suo presidente Schifani, può rivendicare di aver “gettato le basi”. Ma le basi non servono se, sopra, non si costruisce niente.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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