La sanità pubblica italiana resta una delle grandi infrastrutture sociali del Paese. Eppure, se guardiamo oltre i numeri di bilancio, emergono forti contraddizioni.
L’ultimo studio della Commissione Europea – The role of healthcare in reducing inequalities and poverty in the EU (2025) – conferma che i servizi sanitari pubblici, le cosiddette Social Transfers in-Kind (STiKs), giocano un ruolo decisivo nel contenere disuguaglianze e rischio di povertà.
In Europa, i sistemi sanitari del Nord – Svezia, Danimarca, Olanda – si distinguono per universalismo ed equità. In Italia il quadro è in chiaroscuro: la spesa sanitaria pubblica è ferma al 6,3% del PIL negli ultimi anni, significativamente inferiore a Francia e Germania; i pagamenti diretti delle famiglie rappresentano oltre il 23% della spesa sanitaria totale (media UE ~18%), dato peraltro in crescita. Di converso, la sanità pubblica ha un impatto redistributivo, in quanto riduce l“at risk of poverty” di circa 2,2 punti percentuali, sopra la media UE (1,5), anche se lontana dalle performance nordiche.
Purtroppo però le differenze interne sono, come sempre, drammaticamente marcate. Al Nord i livelli di accesso e la qualità sono vicini alla Germania, le liste d’attesa contenute, le spese mediche che possono avere un effetto catastrofico per il bilancio familiare sono rare (2% delle famiglie).
Nel Mezzogiorno, invece, i bisogni medici insoddisfatti raggiungono l’11% (contro il 4,5% del Nord). Le cure odontoiatriche rinviate o non effettuate toccano il 14% della popolazione. Secondo Eurostat, nel 2024 oltre 5 milioni di italiani hanno rinunciato a cure specialistiche o dentistiche per motivi economici o di attesa, con un’incidenza doppia al Sud rispetto al Nord.
La Sicilia, in questo scenario, è tra le regioni più vulnerabili. Ben l’11% della popolazione ha dichiarato bisogni sanitari insoddisfatti, valore identico alla media del Sud, ma doppio rispetto al Nord. Le liste d’attesa sono le principali responsabili delle rinunce, con tempi che superano di mesi le medie nazionali in alcuni settori (diagnostica, specialistica).
Infine, il 5% delle famiglie siciliane affronta costi sanitari tali da intaccare gravemente il bilancio domestico – soprattutto per farmaci non rimborsati e odontoiatria.
La conseguenza è una forte dipendenza dalla sanità pubblica: senza STiKs, la Sicilia registrerebbe tassi di povertà simili alle regioni più fragili della Grecia o della Bulgaria.
Il nodo non è solo economico, ma anche infrastrutturale. L’Isola soffre di carenza di presidi territoriali, soprattutto nelle aree interne, dove il rapporto tra medici di base e popolazione è tra i più bassi d’Italia (dati Agenas 2024). L’emigrazione sanitaria verso il Nord – in particolare per oncologia e pediatria – resta un fenomeno massiccio: nel 2023 la Sicilia ha registrato oltre 300 milioni di euro di mobilità passiva, soldi che seguono i pazienti oltre lo Stretto.
Il rapporto della Commissione e i dati italiani raccontano una stessa storia: la sanità pubblica è una delle principali barriere contro la povertà, ma rischia di incrinarsi sotto il peso delle disuguaglianze territoriali, della spesa privata crescente e delle inefficienze strutturali. Per la Sicilia, questo significa che ogni euro investito in sanità pubblica non è solo spesa sanitaria, ma anche politica sociale ed economica: un argine concreto contro la marginalità e l’impoverimento di intere comunità.
Già professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Palermo e Direttore dell’UOC di Gastroenterologia del’AOUP “P. Giaccone”



