Oggi, a distanza di un anno, insieme a un comitato di cittadini, sono tornato a visitare l’ospedale di Sant’Agata di Militello, nelle aree interne della Sicilia. Ho incontrato medici e infermieri che ogni giorno combattono contro una realtà che definire drammatica è poco. Le unità operative non esistono più, l’ospedale è aperto solo sulla carta e i pochi medici rimasti si limitano a tamponare le urgenze al pronto soccorso. Per loro stessi, così com’è, l’ospedale non ha senso: meglio chiuderlo.
E allora la domanda è semplice: come si può parlare di “difesa della sanità pubblica” quando persino chi ci lavora ti dice che non resta altra via che rivolgersi al privato? Questo non è più un campanello d’allarme, è la certificazione di un fallimento.
Il fallimento dell’azione dei governi Meloni e Schifani che da anni non investono, rinviano, fanno propaganda e intanto lasciano interi territori senza assistenza. Altro che “ospedali di prossimità”, altro che “piani straordinari”: qui non si spende un euro. Si lascia morire la sanità pubblica.
Ma noi non ci rassegneremo a vedere morire la nostra sanità, a partire proprio dall’ospedale di Sant’Agata. Non accetteremo che venga cancellato il diritto alla cura per chi vive nelle aree interne.
La sanità pubblica non è un favore, è un diritto. E i diritti si difendono: nelle piazze, nei consigli comunali, nelle istituzioni, ovunque sia necessario. Perché se lasciamo spegnere un ospedale come quello di Sant’Agata, domani toccherà ad altri, e alla fine non resterà più nulla.
Chi governa vuole che ci abituiamo a pagare di tasca nostra per curarci. Noi invece ci abitueremo a lottare, insieme a cittadini, operatori sanitari e amministratori locali, per difendere un bene che appartiene a tutti. Non ci fermeremo: la sanità pubblica si difende con le unghie e con i denti.
Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.



