“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.” — Omar El Akkad
Forse è una storia che si ripete.
Benjamin Netanyahu, con il via libera di Donald Trump, intende occupare completamente la Striscia di Gaza e instaurare un governatorato militare. L’obiettivo è amministrare il territorio in coordinamento con tribù “collaborazioniste”, anche a costo della vita dei venti ostaggi ancora nelle mani di Hamas.
La vera priorità? Impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
Sia chiaro: ferma condanna al terrorismo di Hamas. Nessuna ambiguità, nessuna giustificazione per la violenza cieca, per il massacro di civili innocenti, per il terrorismo.
Ma ciò che accade oggi a Gaza contiene un orrore che non può essere taciuto, né in alcun modo sostenuto. È un abisso etico e umanitario.
Lo ha scritto bene Dacia Maraini: “La fame di chi non ha niente da mettere sotto i denti per una volontà di sopraffazione politica.”
Ovviamente non tutto il popolo israeliano è colpevole. È un popolo manipolato, ostaggio di un governo che ha preso il controllo di tutto, e che impone la propria versione dei fatti.
Ma la comunità internazionale dov’è?
Perché non riesce a fermare questo orrore?
Lo chiedo al governo del mio Paese. Lo chiedo ai leader dei grandi Paesi europei: Perché?
“Signore, perché?” — avrebbe chiesto Dostoevskij.
Le immagini degli aiuti alimentari lanciati con il paracadute su Gaza sono belle, persino poetiche nella loro crudele estetica. Ma cosa raccontano davvero? La morte della diplomazia. La nostra incapacità di affrontare la crisi con coraggio.
Ai miei occhi, sembrano solo un modo per alleggerire le coscienze davanti alla Storia.
Nel frattempo, l’Europa — che per decenni si è illusa di aver plasmato il mondo sui suoi ideali democratici, al grido “Mai più Auschwitz” — perde. Un’Europa smarrita, senza voce, irrilevante nello scenario geopolitico.
E allora tocca a noi. Uomini e donne liberi. Ma anche alla politica, quella con la “P” maiuscola. Tocca a noi scegliere da che parte della Storia stare. Fare la differenza. Fermare questo orrore.
È giunto il tempo del coraggio: Del riconoscimento dello Stato di Palestina. Di una pace possibile. Due popoli, due Stati, uguale dignità.
Professionista con consolidata esperienza nel settore pubblico e istituzionale, ho ricoperto incarichi di responsabilità in diversi Ministeri, enti locali e gruppi parlamentari, sviluppando competenze avanzate in relazioni istituzionali, consulenza giuridica e coordinamento amministrativo. Laureata con lode in Giurisprudenza, ho arricchito la mia formazione con un master internazionale in diritto e un executive course alla Luiss School of Government.



